La casa di Carol Rama

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I luoghi che abitiamo ci somigliano, ci rispecchiano, parlano di noi, parlano con noi. Che sia la nostra casa, lo studio di un artista o un qualunque altro spazio “vivo” in esso ci sono le nostre paure, le nostre gioie, le nostre manie. C’è il bisogno di conservare i nostri ricordi, il nostro vissuto oppure di cancellarli, di dimenticarli quando non ne sopportiamo la presenza. La casa torinese di Carol Rama, artista straordinaria, eccentrica e trasgressiva è dominata dal buio: pareti dipinte di grigio, tende nere alle finestre e un grande letto dove trascorrere gran parte del tempo e ricevere amici illustri. Tutt’intorno frammenti del passato che sono diventati ragione di vita. Linfa a cui attingere per esprimere l’inesprimibile.

Roberto Goffi, fotografo e architetto torinese, da sempre vicino al mondo dell’arte, ha seguito Carol Rama dalla fine degli anni ’70 documentandone i lavori e respirando gli umori della sua casa-studio. «La sua linea guida – ha recentemente dichiarato a Radio X– era la libertà. Una libertà scomoda per lei e per gli altri, perché non essendosi mai allineata a nessuna corrente è sempre stata un cane sciolto, un personaggio scomodo, una donna che faceva delle cose molto osé per il tempo, in una società molto chiusa e familistica, in un certo senso, come quella torinese».

La mostra “La casa di Carol Rama”del fotografo Roberto Goffi, curata da Roberta Vanali è al Centro Fotografico Cagliari sino alla fine di marzo. Aperta tutti i Giovedì e Venerdì e Sabato dalle 18.30 alle 20.30, aperta su appuntamento tutti i giorni della settimana tranne la Domenica in Via Eleonora D’Arborea 51 Cagliari. “Ogni dettaglio della casa di Carol Rama – scrive la curatrice nel testo di presentazione – è la trasposizione delle sue irriverenti e trasgressive opere. “Il buio – diceva – mi difende da quello che può succedermi ogni giorno, mi aiuta a superare le cose negative, è un’astuzia con cui credo di modificare un po’ la mia vita. Perché ogni nuova giornata è un’operazione molto bella e coraggiosa, ma anche così difficile. C’è chi si toglie le angosce facendo shopping, io col buio in casa”.

La casa di Carol Rama è un luogo misterioso e indecifrabile se non si conosce il senso e la storia di ogni singolo oggetto che assume il ruolo di simbolo, di reliquia, di metafora di feticcio o di mediatore fra ricordo ed emozione, quasi sempre dolorosa e, in fondo, linfa vitale per l’artista. Perché, come ha ricordato Carol Rama in una sua intervista di qualche anno fa: “ricordare non basta. Perché i ricordi in sé non sono ancora poesia. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo, gesto; quando non hanno più nome e più non si distinguono dall’essere nostro, solo allora può avvenire che in un attimo rarissimo di grazia dal loro folto prorompa e si levi la prima parola di un verso”.

In questo mondo domestico dove il materiale si fonde con lo spirituale, dove gli oggetti sono immersi in un crogiolo di emozioni, che si fanno segni a volte dolorosi o trasgressivi, magma rabbioso o malinconico di ricordi, al fotografo è demandato l’arduo compito di leggere, decifrare questo codice emotivo per raccontarne la complessità in uno scatto. Roberto Goffi lo ha fatto con maestria, ricorrendo anche lui a tecniche antiche e ad oggetti relegati nel mondo dei ricordi. Così la pellicola piana è la cifra del tempo che scorre, un obiettivo degli anni ’30 a sfocatura progressiva simboleggia la mutazione degli oggetti che sfumano come i ricordi, ma restano trasfigurati dalla nebbia per diventare nuove e forse sconosciute emozioni. Con un metodo di racconto sempre coerente all’idea che l’anima dei luoghi passa attraverso quella di chi li vive.

Enrico Pinna

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