La crisi del Partito democratico e l’ascesa al potere del populismo 2.0

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beppe grillo

C’è un’interpretazione del populismo, o – più precisamente – della sindrome populista in atto anche qui da noi, che mi pare particolarmente azzeccata per poter meglio comprendere l’attuale momento politico-elettorale. L’ha proposta Marco Revelli, autorevole docente universitario di Scienza della politica, sostenendo che non si tratterebbe altro che di un deficit di rappresentatività democratica, che si manifesta quando cresce il numero di elettori che non si sentono più rappresentati e tutelati dalle dirigenze politiche al potere. Cioè, per dirla in breve, non sarebbe altro che il risultato della caduta verticale dei valori di eticità, competenza e decisionismo riconosciuta al personale politico che in questi ultimi anni è stato al governo. A Cagliari come a Roma.

Di fatto non sarebbe altro che la formulazione di un giudizio estremamente negativo nei confronti dell’attuale establishment politico, ritenuto in gran parte mediocre ed impreparato, scarso di prestigio e debole per capacità, oltre che impopolare. Non sarà infatti un caso che quell’emigrazione populista avrebbe colpito maggiormente l’elettorato del PD e di Forza Italia, i due partiti che – in questi ultimi vent’anni – hanno incarnato il potere di governo.

C’è dunque, a destra come a sinistra, una responsabilità ben precisa, proprio di questi due partiti, se è potuto esplodere elettoralmente un movimento venuto fuori dalla “pancia” della società e dall’ideologia, molto qualunquista (per chi ricorda Guglielmo Giannini), del “vaffa …”, lanciata dalla sguaiata incontinenza verbale di Beppe Grillo.

S’affermerà così una decisa contrapposizione, fatta più di slogan e di offese volgari, contro le élite al potere, accusate d’ogni genere di misfatti e di errori, che ha portato i populisti a fare il pieno dei voti già dalle politiche del 2013, e più ancora in quelle del 4 marzo scorso, prevalendo nei comuni grandi e piccoli, nelle regioni agricole e in quelle industriali. E divenendo a Roma forza di governo. A Roma come a Cagliari.

Non vi è dubbio alcuno che quel populismo avrebbe fatto propri gli impulsi e gli anatemi, spesso irriflessivi ed arroganti, del qualunquismo dell’antipolitica. Anche se quest’ultima – per dirla con Thomas Mann – “è essa stessa una politica, giacché la politica, per sua natura, è una forza terribilmente inglobante”. D’altra parte la discesa nell’agone elettorale dei fans populisti, li ha trasformati, una volta eletti, in uomini politici.
Vi è solo da capire come questa notevole emigrazione dei flussi elettorali sia potuto avvenire anche in questa nostra regione. Cercando di rendersi conto come un partito storico come il PD (tra l’altro al governo della Sardegna) abbia potuto perdere – tra le due elezioni del 2013 e del 2018 – quasi 90 mila voti (pari al 21 per cento), andati a rimpinguare il bottino elettorale dei populisti pentastellati (più 100 mila: 27 per cento). Non diversamente capiterà a Forza Italia con un deficit di quasi 60 mila voti (meno 11 per cento).

Quel che stupisce è il fatto che sia mancato ad ambedue i partiti la necessità di dover effettuare un esame serio delle ragioni alla base della loro cocente sconfitta, dato che dal 1994 avevano governato alternativamente l’isola, con l’ausilio delle conseguenti premialità del sottogoverno.

Stupisce soprattutto il PD proprio perché avrebbe registrato perdite assai notevoli, soprattutto in quelle zone tradizionalmente vocate “a sinistra”. Ed a conforto di quest’osservazione, può essere indicativo proprio l’attività dell’attuale Giunta regionale, guidata da uomini del PD, che ben poco avrebbe fatto per riconquistare i consensi perduti, predisponendo un’azione politica più attenta nel ridurre la ribellione determinata e giustificata dall’insoddisfazione del suo elettorato tradizionale.

La confidenza di un amico di vecchia data, abituale elettore della vecchia DC e poi dei Dem, dopo un breve passaggio fra i riformatori di Fantola, aiuta a capire quell’insoddisfazione. Giorni fa mi ha confessato che il 4 marzo aveva votato 5stelle (turandomi il naso, ha aggiunto, ma dovevo punire il mio PD), proprio perché disgustato dal clima interno al partito, per via d’una litigiosità ed una inettitudine insopportabili, unite ad una presunzione ed una autodeterminazione fastidiosissime. Caratteristiche indicative di un’insufficienza e di un indecisionismo nel governare, e dell’incapacità di interpretare correttamente i reali bisogni e le giuste attese della gente comune.

Credo che non si tratti di un caso isolato, ma rappresentativo di una tendenza molto diffusa, fra chi si è sentito deluso e tradito dal “suo” partito di riferimento. Quei 90 mila che hanno abbandonato il PD farebbero di certo parte “di quegli insoddisfatti e di arrabbiati – di traditi, soprattutto, o di percepiti tali – e come tali consegnati al risentimento e al rancore nel votare”, di cui ha scritto sempre Revelli.

L’approssimarsi delle elezioni regionali impone ora che anche su quest’argomento di un “voto” che risulti motivato solo dalla delusione e dalla rabbia, ci si rifletta e ci si confronti con sincerità e con decisione. Perché quel che insegna l’esperienza governativa nazionale dei vari populisti allo sbaraglio non può che preoccupare. Con i loro veti ed il loro petulante e confuso indecisionismo (dalla TAV al ponte Morandi, ai vaccini ed grandi lavori).
Purtroppo (e lo scrivo con profonda tristezza) quel che sembra offrire l’insieme delle proposte elettorali finora conosciute non fa ben sperare ad un giudizioso ripensamento per quei 100 mila e passa votanti passati nelle file dell’antipolitica populista. Perché con l’antipolitica, e con il suo codazzo di incompetenze e di impreparazioni, la “nostra” Sardegna sarebbe destinata ad entrare in un sonno profondo, allontanando così, definitivamente, il suo risveglio.

Paolo Fadda

 

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