La Lega di Salvini al governo dell’Isola: promesse di Paradiso, rischio di Inferno

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Anche per chi segue con attenzione la politica sarda non deve esser stato facile mettere a fuoco il “fenomeno” Lega (di Salvini) che – nella sua prima esperienza regionale – è risultato il primo partito della coalizione di centrodestra, raccogliendo oltre 80 mila voti ed eleggendo otto consiglieri. Oltre ad aver portato alla presidenza regionale il suo stretto alleato Christian Solinas. Anche perché riesce difficile comprendere quale sia, o possa essere, l’idea leghista di futuro per la Sardegna (per ora ci deve accontentare della semplificazione elettorale “prima i Sardi”).

Certo, il traino principale è venuto proprio da Matteo Salvini, in ragione del suo crescente successo come “uomo forte” del governo nazionale e, soprattutto, della politica italiana (i sondaggi gli accreditano una popolarità attorno al 50 per cento, assai al di sopra, quindi, del 40 accreditato a Luigi Di Maio e del 28 del dem Nicola Zingaretti).

Non vi è dubbio alcuno, quindi, che l’exploit della Lega in Sardegna vada analizzato con attenzione, anche perché si tratta di un movimento privo di una sua “storia” politica nell’Isola e, soprattutto, di una leadership regionale riconosciuta (il suo coordinatore nell’Isola è, infatti, un parlamentare lombardo, Eugenio Zoffili). In più, i suoi otto consiglieri eletti hanno storie diverse, quasi tutte, però, riconducibili ad esperienze compiute con movimenti e partiti di estrema destra, in particolare con Alleanza nazionale. Tutti comunque stregati dal fascino di quel leader che parla e governa con degli slogan di facile presa, non diversamente dal marketing pubblicitario dei prodotti di largo consumo (che differenza c’è, infatti, fra “tanti nemici, molto onore” oppure “è finita la pacchia” con i messaggi della Nutella e dei biscotti del Mulino Bianco?).

Non è facile capire cosa sia, politicamente, la Lega d’oggi – che non è più quella di Bossi e Maroni – se non ci si sforzi di analizzare i comportamenti del suo capo carismatico. Che ha affidato il suo successo soprattutto alla semplificazione del linguaggio politico, rendendolo simile e in sintonia a quello delle chiacchiere fra amici al bar. E che, dopo la cancellazione del termine NORD dall’identità leghista, ha modificato il principale avversario contro cui opporsi: se un tempo era “Roma ladrona” e il Sud un’accolita di fannulloni beneficati dal denaro pubblico, ora è Bruxelles con i suoi diktat e le sue letterine (con cui vorrebbe nettarsi il c…), il nemico numero uno, mentre i sardi, i siciliani, i lucani, ecc. sono tutti delle povere vittime dell’arroganza teutonica della cancelliera Merkel!

Per la Lega delle origini, il problema erano “i terroni”, i meridionali e gli isolani scansafatiche. Per la nuova Lega il problema numero uno sono “i negri”, i migranti che arrivano da noi in crociera con dei traballanti barconi. Se il nemico è così facilmente fungibile, il problema evidentemente non sta nei “vu’ cumprà”, né in quei disperati migranti, ma in chi li adotta come bersaglio. Le ragioni paiono essere le paure di un Paese che non sa capire (o affrontare) le sfide d’un mondo sempre più multietnico. E che adotta come proprie le semplificazioni più arroganti.

Per questo Salvini si atteggia, genericamente, come “Uno di noi”: è l’Uomo Qualunque, nella migliore tradizione del populismo nostrano. Ma “noi chi?”, viene da chiedersi. Michela Murgia l’ha inquadrato efficacemente in una vivace e seguita polemica sul web: Matteo Salvini non è un reietto delle periferie degradate: è figlio di un dirigente d’azienda e di una casalinga. Fa parte, quindi, di quella middle class milanese che ha vissuto fra i redditi più alti del Paese. Si è diplomato nel 1992 al Manzoni, il liceo classico della Milano bene. È un politico di professione almeno dal 1993, quando è entrato ventenne in consiglio comunale a Milano per la Lega Nord, alla quale si era iscritto nel 1990. In effetti, come direbbe Berlusconi, non ha mai lavorato ed è cresciuto con il pane – e gli stipendi – della politica. D’una politica della ribellione e del dissenso, non certo delle idee e delle proposte.

È entrato nel Parlamento europeo, ed a Bruxelles ha battuto il record delle assenze, maggiori anche di quelle, storiche, di Renato Soru. E oggi frequenta il suo ministero cinque ore a settimana, e diserta il Consiglio dei ministri tre volte su cinque. Il suo impegno maggiore è fare proseliti, cavalcando ogni volta, in un continuo giro d’Italia, il disagio della gente e le difficoltà dei territori. Da queste notizie si può intuire come la sua prima dote politica sia l’opportunismo. Si allea con l’ultradestra sovranista ed antieuropeista di Marine Le Pen ed Orban e fa politica estera, economica, sociale con approssimazioni che sconcertano anche i suoi fedelissimi (da il pur saggio Giorgetti a Brambilla, l’ideologo di quota 100).

Ora, proprio questa Lega di Salvini è il partito di traino nella coalizione di centrodestra che ha vinto le elezioni e che si accinge a governare la Sardegna. Ma quale idea di progresso porteranno avanti per dare un futuro all’Isola? E l’attuale Governatore, Christian Solinas, è veramente, come qualcuno dice, privo di qualsiasi autonomia perché eterodiretto da Salvini e Zoffili? E gli stessi sardisti andrebbero intesi come degli ubbidienti “ascari” agli ordini del quarantenne “capitano” lombardo?

Sono domande che un buon politologo si dovrebbe porre per cercare di mettere a fuoco quella che è stata, elettoralmente, una vera sorpresa politica. Che ha rivoluzionato, innanzitutto, il tradizionale moderatismo piccolo borghese del nostro centrodestra, quello proposto dalla Zedda e da Michele Cossa. E che ha arruolato fra i suoi fans del voto anche organizzazioni corporative delle nostre campagne, come quelle dall’anima un po’ troppo volatile e compromissibile.

C’è infatti da domandarsi perché 80mila sardi abbiano dato il loro voto a Salvini. Secondo alcune rilevazioni un terzo sarebbe di neofiti del voto (diciottenni o giù di lì) mentre i rimanenti sarebbero dei delusi da altri partiti. Alla base di questi divorzi elettorali ci sarebbero due motivazioni principali: la prima ha riguardato la “fuga” da Forza Italia, per via della litigiosità in servizio permanente effettivo in quel partito, e che ne avrebbe coinvolto circa il 50 per cento; la seconda motivazione sarebbe stata originata dal voler essere “contro”: dai delusi dell’inefficienza del centro-sinistra nell’ultima legislatura (il 15 per cento) agli scontenti delle fumoserie dei movimenti indipendentisti (l’altro 35). Tutti comunque attratti dal fascino dell’uomo forte, che “se ne frega” di tutto e di tutti, per voler andare incontro a quel che la pancia, più che la testa, richiede.

Rimane comunque irrisolto il quesito principale: che idea di Sardegna può venir fuori da un partito che fra i suoi ideologi ha avuto i più forti detrattori delle specialità statutarie delle due isole? Ed ancora: da un partito che vuole rendere sempre più forte la supremazia economica delle regioni del Centro-Nord contro le inefficienze e gli sprechi attribuiti, in passato, a Sardegna e Sicilia?

Il loro uomo eletto alla presidenza dell’Assemblea regionale in una recente intervista, tra alcune sconcertanti dichiarazioni, ha affermato che la Regione andrebbe meglio divisa in due province autonome, non diversamente dal Trentino-Alto Adige, avvalorando così, anche istituzionalmente, la pesante e mortificante disunità del popolo sardo, di quei mal unidos che erano anche pocos y locos, secondo la bruciante definizione dei colonizzatori d’un tempo, giunti nell’Isola dal ricco Occidente (ma l’Andalusia, così simile alla Sardegna nei suoi microdati socio-economici, non è poi la più rigida avversaria della ricca e superba Catalogna?) .

Per quel che si può intuire (e anche temere) credo che questa che inizia, rischia seriamente d’essere una legislatura inutile. Per il progresso dell’Isola. Vorrei sbagliarmi, e ne sarei molto lieto, naturalmente, anche se continua a destare preoccupazione e sconcerto il senso di sudditanza che i sardi manifestano nei confronti dei vari colonizzatori di turno. Che ci promettono il paradiso, per poi – è storia – mantenerci nell’inferno di sempre.

Paolo Fadda

 

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