La meschinità di Salvini e l’orgoglio di appartenere a un’altra storia

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Matteo Salvini (ministro dell'Interno)

Ho conosciuto tanti militanti e tanti politici nella mia vita. Ho visto tanti militanti assumersi la responsabilità di ricoprire ruoli istituzionali. A quasi tutti ho dato del tu, spesso senza che me ne accordassero il permesso: che ai compagni si da del tu me lo ha insegnato mio padre a casa e altri compagni nelle sezioni fin da bambina, “altrimenti che compagni siamo” dicevano. Mi sono sempre rapportata alla politica e a chi ha assunto la responsabilità di farla anche dentro i luoghi istituzionali senza timori reverenziali, sentendomi libera di esprimermi anche nelle differenze.

Eppure.

Eppure, pur nella fortuna di aver annullato le distanze, da che ho contezza di quello che significa rappresentare politicamente qualcuno, ho una pretesa e una speranza: chi mi rappresenta, chi governa, chi amministra, deve essere un pochino migliore di me. Deve rappresentare le mie idee, deve tirare fuori parole che possano essere anche mie, senza prendere il peggio, senza essere sordido, senza assecondare la mia parte meschina.

Per questo il tweet di Salvini che parla di lavori forzati e usa la parola “bastardo” a me impressiona: perché mi da l’idea di essere in un cono senza sbocco dove, dalla bocca di chi dovrebbe dare un indirizzo forte, ma anche di mitezza e stabilità non escano mai parole di condanna capaci di far riflettere ma aberrazioni per fare rumore e per fare scalpore. Parole che autorizzano al sudiciume dell’anima e del pensiero.

Ce l’abbiamo tutti una parte meschina. Tra i compiti della buona politica c’è anche quello di insegnarci a tenerla a bada, c’è anche quello di farci vergognare per averle anche solo pensate certe oscenità.

Però forse non conta, sono figlia di un’altra storia.

Michela Calledda

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