La natura bussa alle porte del tempo. Gli scatti “minerari” di Carlo Vigni

Il reportage della memoria realizzato tra il 2014 e il 2016 dal fotografo toscano, ora è un libro. "Indagine sul paesaggio minerario sardo" (edito dal Poliedro e curato da Giacomo Daniele Fragapane) racconta - attraverso il silenzio e il vuoto di oggi - l'incontro di ieri tra l'industria e il territorio del sud ovest dell'Isola.

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Leggere il paesaggio minerario della Sardegna significa analizzare una complessa e discontinua sequenza di stratificazioni e sedimentazioni in perenne evoluzione, sospese fra sviluppo e decadenza, abbandono e velleità di recupero, speranze e fallimenti. Un patrimonio storico che, non di rado, viene restituito alla natura che, con i suoi ritmi lenti e inesorabili opererà una nuova trasformazione.

La fotografia ha assunto, sin dalla sua invenzione, un ruolo a volte di certificazione “notarile”, altre volte di palese propaganda o di aperta denuncia sociale, prestandosi, a distanza di anni, a molteplici riletture. Ora la fotografia si rivela ancora uno straordinario strumento d’indagine capace, con la sua forza evocatrice, di riannodare i fili interrotti di una storia fatta di tante storie, di un paesaggio fatto di tanti scorci, di tante prospettive, di tanti segni, di molteplici possibili riflessioni.

Carlo Vigni è un fotografo toscano impegnato sui temi del paesaggio e delle sue mutazioni. Fra il 2014 e il 2016, armato di una Linhof e di pellicole 6×12 e 9×12 ha compiuto un’indagine fotografica nel sud ovest della Sardegna incentrata sul paesaggio industriale sorto a cavallo fra Ottocento e Novecento. Il lavoro è stato esposto nella mostra prodotta da Il Politecnico Argonauti nell’ambito di Storie di un attimo – VIII Festival popolare della fotografia di Olbia lo scorso dicembre. Ora per i tipi della Poliedro viene stampato il volume Indagine sul paesaggio minerario sardo,  curato da Giacomo Daniele Fragapane con i contributi di Francesco Faeta, Giampaolo Atzei, Fabio Granitzio e Massimiliano Manis.

Il libro è un viaggio nella stratificazione di archeologie industriali di epoche diverse indissolubilmente legate allo straordinario paesaggio naturale, attraverso fotografie originali, immagini d’archivio e apparati storico-critici che si integrano in una inedita prospettiva interdisciplinare. «Le fotografie di Vigni – scrive Francesco Faeta nel suo saggio critico – appaiono come un coagulo immobile del tempo presente, superfici in cui ieri e domani si addensano in una poetica del Hic et nunc, depositi di un cortocircuito tra il passato “naturale” dell’isola e il suo prefigurato futuro minerario e industriale».

«L’immagine del paesaggio sardo che si offre a Vigni – osserva il curatore Giacomo Daniele Fragapane – è per certi versi simile , nelle sue determinazioni stilistiche e formali, a quella dei suoi paesaggi toscani onirici e sospesi nel tempo, ma del tutto diversa nella sua datità referenziale fatta di roccia e metallo, cemento e arbusti. Le accomuna una sorta di “estetica della sparizione”, che nel paesaggio cerca innanzitutto i segni del passato più che la premonizione di un possibile futuro».

Il mood che emanano le fotografie di Vigni è la solitudine, il silenzio che sottolinea l’assenza; quella degli operai, ma anche di coloro che avrebbero dovuto “estrarre” ricchezza al loro posto, quei visitatori di un velleitario “Parco Geominerario” tristemente espulso per manifesta inerte inefficienza dalla rete mondiale dei geoparchi dell’Unesco. Il tempo sospeso di questi paesaggi sottende, nella sua apparente e statica “neutralità”, il tempo sospeso della politica, la vera grande “sparizione” che rende ancor più malinconici questi scatti e importante questo lavoro.

Enrico Pinna

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