La più bella di Villamassargia

di Francesca Serra. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Villamassargia

Per me Villamassargia è via Roma, la chiesa della Madonna della Neve e S’Ortu Mannu e ognuno di questi posti è legato a mia nonna, Anna Cané.

Per tutti gli anni delle elementari, finita la scuola, passavo una settimana a casa sua.
Nonna abitava nella via principale, via Roma, e mi bastavano pochi passi per raggiungere il negozio di alimentari di Efisina dove nonna mi mandava a comprare il pane, il prosciutto o il Galbanino di cui entrambe eravamo ghiotte e a me piaceva molto anche perché con la buccia si potevano modellare bamboline, animali, qualunque cosa.

Entravo sparata nella bottega di Fisinetta, come la chiamavo io, e passavo dietro al bancone per salutarla e darle un bacio.

– Ciao sa sposa, sei arrivata?

– Sì, sono venuta in ferie.

Efisina scoppiava a ridere, imitata dalle altre donne presenti.

Io non capivo. Erano le mie vacanze, no? Dormivo fuori per sette notti! E poi a Villamassargia mangiavo cibi esotici, che a Siliqua mica si usavano, tipo su canteddu cun tamatiga, una focaccia buonissima col pomodoro fresco. Di nascosto poi, rubavo qualche metà di pomodoro che nonna aveva salato e disposto su delle tavole al sole, sa piarra, che a Siliqua invece si chiama tamatiga sicada, e infatti quando mia madre vuole ribadire la superiorità del suo paese rispetto a quello in cui si è trasferita quando ha sposato mio babbo, gli dice che a Siliqua “funt scarsus poita no connoscint is fueddus po tzerriai is cosas”.

Dopo cena, gli abitanti di via Roma uscivano dalle loro case a “prendere il fresco” e chiacchierare coi vicini. Seggioline a sgabelli venivano disposti sul marciapiedi, accanto alle porte e nonna mi spediva al bar a comprare i gelati per tutti.

Al bar ci andavo anche nel pomeriggio perché c’era il flipper e io modestamente ero imbattibile. Maria, la proprietaria, sistemava davanti al flipper una sedia, una di quelle con la seduta col filo di plastica colorato e intrecciato, in modo che potessi salirci sopra e fare le mie partite. Dopo un po’ capitava che alla spicciolata qualche adulto si avvicinasse a cercare di capire come facesse quella bambina imbranata e bruttina, con gli occhiali e le scarpe ortopediche a fare quella scascionata di punti.

Non ero esattamente una bellezza, da bambina. Nonna invece da ragazza era stata la più bella del paese.

L’ho scoperto per caso, una volta che mia mamma parlava con una signora e lei, saputo chi eravamo, esclamò sorridendo: “La figlia e la nipote di Anna? Anna Cané, la ragazza più bella di Villamassargia!”. Ricordo che mia madre aveva sorriso, senza aggiungere nulla. Io invece ero rimasta a bocca aperta, in una delle mie espressioni più tonte. Da quel giorno però avevo cominciato a osservare nonna con occhi nuovi, pieni di ammirazione e curiosità, aspettando e sperando che mi rivelasse qualcosa.

Invece niente, nessun segreto di bellezza. Nonna era una donna pratica e poco interessata alle frivolezze o al suo aspetto. Le piaceva raccontare aneddoti, che erano sempre buffi, come quelli sui parenti di Iglesias, i voracissimi cugini Peddis che una volta si erano bevuti perfino il vino per la Messa e lo zio prete aveva mandato nonna a chiederne un po’ a una vicina. Uno dei miei aneddoti preferiti era quello in cui, per sfuggire alle attenzioni di un uomo, nonna si era rifugiata in chiesa, la Madonna della Neve, appunto, che lei ha sempre chiamato Sa Cresia Nosta. L’uomo però l’aveva seguita e aveva preso posto nello stesso banco in cui lei si era inginocchiata. A quel punto nonna, esasperata, gli diede un pugno. D’apu tzacau unu catzotu, diceva. E rideva.

E io con lei, fierissima di questa nonna bella e risoluta. Qualche tempo fa ho saputo che aveva dei corteggiatori pure da vecchia. Uno cercava di ingraziarsela inutilmente regalandole panettoni, un altro aveva avuto l’ardire di darle un bacio a tradimento, e lei si arrabbiò moltissimo. A me piace pensare che sia capitato in chiesa e che lei ancora una volta si sia rivoltata come una biscia.

E poi Villamassargia ha S’Ortu Mannu, un parco naturale con ulivi secolari, un posto bellissimo, meta delle Pasquette felici della mia infanzia. Escludendo quella in cui mio padre per poco non faceva secca nonna.

Cose che succedono, quando sali sopra un ulivo per arrivare ai rami più alti da cui cogliere le olive, ma il ramo si spezza e piombi addosso a tua suocera, fratturandole una vertebra e costringendola a letto per tre mesi, imprigionata in un busto di gesso dal peso di venti chili.

Ancora mi chiedo come riuscì a perdonarlo. Anzi: non ce ne fu bisogno, perché nemmeno se la prese con quel genero mortificato e poco avvezzo alla campagna. Quando gliene chiedevo conto, nonna Anna si limitava a un’alzata di spalle e mezzo sorriso, gesto con cui liquidava i problemi, fossero seccature di poco conto o grandi dolori.

Solo molto più tardi ho capito che era quello il segreto che custodiva e che io, da piccola, non ero riuscita a cogliere. La leggerezza e l’ironia potentissima.

La sua bellezza invece, resta inarrivabile.

Anna Cané, la ragazza più bella di Villamassargia.

Francesca Serra

(45 anni, artigiana nonché metà de Is Femmineddas. Nata a Iglesias, ma orgogliosamente di Siliqua. Ama il caffè, i gatti e Marcello Mastroianni. Detesta i vestiti gialli, la ritenzione idrica e cucinare. Non ha mai praticato sport ma conosce a memoria i dialoghi di Harry ti presento Sally).

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