La riforma degli enti locali e le idee confuse del centrodestra sardo

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Matteo Lecis Cocco Ortu

Da Matteo Lecis Cocco Ortu, vicepresidente del consiglio comunale di Cagliari ed esponente del Partito democratico, riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione sulla  riforma degli enti locali.

Antonello Peru presenta su l’Unione Sarda (domenica 7 febbraio) la proposta del centrodestra per ricostituire 6 province e due città metropolitane (Cagliari avrà 72 comuni e Sassari 66). Una proposta fatta di poche idee (le città metropolitane ristrette sono funzionali a “dividere le risorse in pochi”), confuse e contraddittorie (Fratelli d’Italia da una parte propone l’allargamento indiscriminato della città metropolitana di Cagliari e il sindaco Truzzu che – a mio avviso giustamente – stigmatizza questa possibilità che ammazzerebbe l’unico ente che oggi sta iniziando a programmare in modo strategico i servizi e le risorse per il futuro).

A fronte della proposta della destra il PD e il centrosinistra è chiamato a spiegare e sostenere una proposta alternativa.

Lo scorso governo regionale con l’assessore agli Enti locali, Cristiano Erriu, aveva impostato una riforma che si basava sulle Unioni di Comuni come ambito di governo intermedio tra Regione e Comune. Ogni comune in Sardegna avrebbe dovuto scegliere a quale fare riferimento rispetto alle proprie caratteristiche/esigenze/opportunità. Unica eccezione la Città metropolitana di Cagliari che, nata su un ambito da Unione dei Comuni (avendo rango differente perché inserita tra le Città Metropolitane italiane così come definite in Costituzione) ha sostituito la Provincia per quel territorio di competenza (17 comuni), creando il “monstre” della provincia del Sud Sardegna che oggi mette insieme i comuni dell’ex Sulcis Iglesiente con quelli dell’ex provincia di Cagliari (meno i 17 comuni).

Le Unioni dei Comuni in una prima fase hanno coesistito con le Province che – a differenza della vulgata che racconta che siano state abolite (a causa del referendum nazionale che non ne ha confermato l’eliminazione) – hanno continuato a lavorare e tuttora esistono con i propri dipendenti e le proprie competenze, ma sono commissariate. Sono enti quindi che hanno una loro struttura burocratica amministrativa, ma politicamente dipendono da un Commissario scelto dalla giunta regionale.

È evidente che la situazione attuale è insostenibile. Ma la risposta della destra è inaccettabile ancorché nata da un accordo di palazzo “arcobaleno” (così la racconta l’attuale assessore agli Enti Locali, il sardista Quirico Sanna) che ha prodotto una proposta che ha accolto le richieste dei rappresentanti di tutti i partiti politici presenti in Consiglio regionale.

Alla Sardegna serve una proposta politica che faccia della nostra autonomia e specialità una opportunità per fare meglio rispetto al resto d’Italia, in attuazione di quei principi di sussidiarietà che informano il Titolo V della Costituzione.

La strada da percorrere con approfondimento e decisione dovrebbe essere quella di un ente intermedio della dimensione territoriale delle Unioni dei Comuni, che sia però dotato di risorse e di personale adeguati. E di adeguata legittimazione politica. Le Unioni dei Comuni, essendo nate “a costo zero” non hanno mai avuto gli strumenti adeguati per poter svolgere un ruolo efficace nella gestione integrata dei servizi e nella programmazione dello sviluppo territoriale in relazione alle esigenze/opportunità che ha ciascun territorio.

Nei mesi in cui, come classe politica e culturale, siamo chiamati a decidere come investire al meglio le risorse che l’Europa concederà all’Italia con il Next Generation EU, il tema della riforma degli enti locali in Sardegna non può essere delegata al soddisfacimento di piccole rendite di posizione diffuse, ma dovrebbe guardare al miglior funzionamento della nostra acciaccata macchina amministrativa.

Matteo Lecis Cocco Ortu

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