La scomparsa dei progressisti nella Sardegna governata dai sardo-leghisti

0
443

A detta di Clement R. Attlee, che fu autorevole leader del Labour Party per vent’anni, dal 1935 al 1955, e poi Primo Ministro del Regno Unito nell’immediato secondo dopoguerra, guidare l’opposizione a Westminster Palace gli era stato ancor più difficile ed impegnativo che stare a capo del governo. Proprio perché aveva dovuto contrastare o sopravanzare, giorno dopo giorno, ogni atto della maggioranza dei Tories, dando loro la massima efficacia comunicativa. Perché, aggiungeva, essere alternativi al governo in carica, con idee e proposte, comporta un impegno ancora maggiore!

È così oggi da queste nostre parti, dove un’opposizione progressista si trova a contrastare una Giunta regionale c.d. di destra, ma a trazione ultrà, di matrice sardoleghista?

Purtroppo non parrebbe, proprio perché le manca quella capacità di proporsi con efficacia alternativa e con decisa determinazione politica. Infatti, per quel che si può capire, il rassemblement progressista che aveva affrontato, in unità, le elezioni sotto la guida di Massimo Zedda s’è come dissolto, secondo la logica impietosa della nostra sinistra politica, portata sempre più a dividersi che a individuare punti d’unione. Ed un’opposizione senza un suo leader, come dice la lezione di Attlee, non ha molte chances di successo.

Il punctum dolens della situazione sarda, a detta di alcuni osservatori, risulterebbe essere proprio l’esistenza di una pluralità di sinistre, un insieme di microcosmi mal assortiti ed in perenne competizione tra loro. Da quella operaia a quella neo-ambientalista, financo a quella clientelal-corporativa.

Lo stesso Partito democratico appare ormai chiaramente plurianime, più litigioso che mai (la recente vicenda sassarese docet), e soprattutto divenuto una confederazione di capibastone in perenne competizione fra loro.

Vi è stata infatti una evidente difficoltà fra le diverse anime dei Dem ad esprimere un leader condiviso, se è vero, come è vero, che ad ogni competizione si sarebbero dovuti accordare su di un capolista estraneo; e questo – ricordiamolo – da quando alle primarie di coalizione di una decina d’anni fa, per il sindaco di Cagliari, il giovane Massimo Zedda, esponente di Sel, avrebbe sbaragliato un potente Dem, già presidente della Regione e senatore, come Antonello Cabras. Da allora le coalizioni progressiste per le elezioni sarebbero state guidate sempre da no-Dem.

Appare quindi necessario riflettere su queste microscomposizioni, su queste ambiguità litigiose che vanno facilitando l’emergere quasi indisturbato di pulsioni populiste e reazionarie. Occorrerebbe quindi favorire l’apertura di un dibattito di largo respiro su questa situazione, guardando non solo all’arco di tempo di queste ultime campagne elettorali, ma all’intero arco di questi ultimi 25 anni che hanno segnato il declino strategico dell’idea progressista in quanto tale.

Eppure la sonnolenza operativa, oltre che l’inefficienza organica, dell’attuale Giunta Solinas meriterebbe di mettere allo scoperto, con opportune iniziative mediatiche, la sua constatata inettitudine politica e la sua evidente impreparazione governativa. Dimostratasi nei fatti d’essere inadatta – oltre che sprovveduta ed incapace – nel predisporre un purchessia provvedimento da adottare a fronte dell’agenda assai nutrita delle promesse elettorali. Da una nuova legge per il voto a quelle per il riordino del territorio regionale e delle fonti energetiche, per una rete dei presidi sanitari e per le regolamentazioni urbanistiche, ecc.

Una decisa presenza mediatica dell’opposizione progressista dovrebbe infatti incalzare l’esecutivo su questi temi, indicando chiaramente quali siano le scelte utili per ridare efficienza, lavoro e progresso alla Sardegna.

Qualcuno ha proposto la convocazione degli “stati generali della sinistra sarda” il che, neanche a dirlo, presupporrebbe la disponibilità di ciascuno ad abbandonare il guscio in cui si è rifugiato. Bisognerebbe infatti cominciare con il definire confini e contenuti di un’area progressista moderna, di cultura laica e liberal verrebbe da dire. Forse si potrebbe iniziare abbandonando la prassi indecente degli accordi fra gruppi dirigenti delle tante siglette in campo per fare – magari – una lista decente all’ultimo momento: ci sarebbe invece necessità – per fermare la deriva leghista salviniana – di creare un’area progressista coesa, determinata e soprattutto permanente.

Perché essere progressisti ha senso e valore per ciò che dichiara di volere e di saper perseguire, per l’orizzonte che indica e per gli obiettivi che s’è data. Deve divenire la pars costruens che deve esprimere identità politica, mentre quella destruens (nei confronti dei sovranisti e populisti) verrebbe dopo, e come conseguenza. Si è infatti dell’avviso che per troppi anni si siano invertiti i due concetti.

Credo che oggi occorra essere anti-lega e anti-grillini, ma non si abbia ancora alcuna precisa percezione su quali obiettivi e per quali valori debba esprimersi l’impegno politico; soprattutto su quale progetto di Sardegna si dovrebbe dare identità e rappresentanza in quanto progressisti.

Occorrerebbe modificare anche il lessico politico, ormai vetusto, della sinistra marxista, quella della dittatura del proletariato (che non c’è più) e della lotta di classe (che nessuno capisce). Oggi, un lessico nuovo, di orientamento progressista, non può che comprendere parole differenti, come sviluppo, innovazione, tecnologia, ma anche sicurezza sociale e – soprattutto – merito e valutazione. Se confrontate queste indicazioni con i primi atti della Giunta Solinas vi accorgerete che una visione progressista della società sarda così indirizzata, potrebbe ribaltare la piattaforma dei consensi. Perché paiono antitetici a quell’armamentario vetusto, fatto di luoghi comuni e di imparaticcio, che ci stanno propinando gli sprovveduti inquilini dei palazzi regionali.

Conclusivamente, sembrerebbe necessario aprire un confronto libero e aperto a più voci, senza preconcetti o sottintesi, che espunga (non troverei verbo più adatto) o almeno che neutralizzi, le minoranze sfiancanti, sempre forsennatamente impegnate a distruggere più che a sostenere qualcuno o qualcosa con l’incancrenimento di odi, di rancori se non proprio di vendette. Sarà possibile?

Paolo Fadda

(Economista, saggista, già dirigente del Banco di Sardegna)

 

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here