La sottile linea di confine tra Abbasanta e Ghilarza

di Alessandra Marchi. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

0
5749

Ma io di dove sono? A quale paese appartengo? Risuonano in me interrogativi profondi, sul senso dell’identità e dell’appartenenza, dell’ampiezza del mondo e della permeabilità dei confini.

Durante la mia infanzia, quando percorrevo a piedi quella lunga salita che congiungeva, senza nemmeno rendercene conto, due paesi, contemplavo quella estesa vallata immaginando diversi itinerari da esplorare tra le comunità che si guardano, si riflettono l’un l’altra, si sfidano barrose.

Già il nostro più illustre cittadino, Nino Gramsci, chiedeva alla madre scrivendole dal carcere di Turi: «E si parla, come penso, di unire Ghilarza ad Abbasanta? senza che gli abbasantesi insorgano in armi?”. Era il 1927. Ora, qui sta il problema: non saranno piuttosto i ghilarzesi a insorgere in armi caso mai si dovesse arrivare a un progetto di unione? Ma ricordo anche dibattiti feroci con alcuni cittadini norbellesi, che, pure che sono pochi, o proprio perché lo sono, come altri abitanti di piccoli paesi rivendicano ancor più a gran voce la propria identità e autonomia governativa.

Insomma, in un mondo e in un’epoca globalizzati, le questioni identitarie si moltiplicano e rischiano di dividere gli Stati europei come le nostre bidde, paesini dove il “melting pot” al limite si beve al bar dopo l’Ichnusa, preso per cocktail. Eppure qui la promiscuità è regola.

Le coppie miste esistono quasi da sempre. Anche io sono figlia di una coppia mista, mamma di Abbasanta e babbo di Ghilarza, casa ad Abbasanta ma origini sparse da Gavoi a Sassari passando per Tadasuni. E pure mio fratello è diviso tra i confini dei due bei paesi e i suoi figli sono costretti ad attraversare la frontiera anche per andare al campo sportivo abbasantese, il cui ingresso si trova proprio sul margine. Togo però, così già da piccoli nella nostra famiglia abbiamo sperimentato l’entusiasmo e il tormento di appartenere a mondi diversi, di sbavare espressioni dialettali che alimentano ancora il dibattito sull’unità della lingua sarda: ma come faremo a capirci da nord a sud di questo piccolo continente? E da est a ovest? Boh. Tanto vale imparare l’inglese o tanto vale fottercene pure di questa lingua egemonica, che già ci capiamo tra noi senza intasarci la testa, sia mai.

Insomma la ricerca dell’io e dei propri confini geografici necessari a marcarlo, per noi comincia al centro della Sardegna, tra paesi che si credono città perché ci passa una mega strada vicino, quella sì che congiunge nord e sud, paesi grandi e piccoli, genti in viaggio, camionisti in sosta (o almeno una volta, prima che ci lasciassimo scippare l’autogrill da Tramatza, nientemeno).

La 131 è figa perché ti predispone al viaggio, all’attraversamento, allo scambio. Non sarà la Route 66 americana ok, ma praticamente ti suggerisce di partire, di mollare queste diatribe di muretti divisori e confini delle chiudende, per conoscere altri volti e nuovi spazi, e un tempo che forse scorre più veloce nel mondo extraisolano. Perché quando te ne vai e poi ritorni ti sembra che sia sempre tutto un po’ uguale a com’era prima, solo che bevi e mangi meno di prima e ti rimproverano se non riproduci le usanze del paese “tuo”. Ed ecco che torni a chiederti: ma quale paese? Quali radici? Ma io appartengo ad Abbasanta o a Ghilarza?

Quando nel 1989 cadde il muro di Berlino, quasi sperammo che anche quella sottile linea di confine tra i tre paesi che si affacciano sulla valle di Chenale potesse finalmente essere abbattuta e Gramsci avrebbe potuto così riposare in pace. Se il suo partito era morto insieme alle speranze della città futura in cui realizzare la rivoluzione socialista, almeno l’ambizione di trovare unite Abbasanta e Ghilarza avrebbe trovato un esito felice. Bello pensare che la fermata della stazione ferroviaria potrebbe avere due nomi di cui fregiarsi, o di poter avere un’unica squadra di calcio, un piano urbanistico integrato, la collettivizzazione delle terre di campagna, la Comune al posto dei comuni… Ma mi hanno detto tante volte che l’utopia se l’era inghiottita ancor prima il ’68 e che i confini sono sovrani più dei popoli e devono quindi proliferare. “Si su chelu fiat in terra, si l’aian tancadu puru”, ci avevano ammonito.

Poi ancora negli anni 2000 dai piccoli schermi dei nostri piccoli paesi guardavamo entusiasti l’espansione del fronte no-global, cosmopolita, che ci voleva tutte e tutti uguali, che voleva abbattere vecchi e nuovi muri. Ma nonostante i giovani tornino a far casino nelle piazze, stretti come sardine o manganellati come chiodini, niente, qui al centro della Sardegna le barricate si fanno per mantenere saldi confini e identità locali, tutte eccezionali e uniche, è vero. L’internazionalismo possiamo viverlo in rete d’altronde. E che i ghilarzesi scendano alla stazione di Abbasanta e si facciano dare un passaggio per andare in centro: peggio per loro che vogliono rimanere indipendenti.

Alessandra Marchi

Dottorato in Antropologia Sociale all’EHESS di Parigi, è attualmente assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Cagliari e tra le fondatrici del GramsciLab, Centro di Studi internazionali gramsciani. I suoi interessi spaziano dal sufismo alla diffusione del pensiero gramsciano, dalla politica alle migrazioni contemporanee.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here