La strada che porta a Nulvi

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Nulvi (foto di Pasquale Demis Posadinu)

La strada nuova, per i nulvesi, è come la festa di Sant’Antonio da Padova per i portoghesi. Il 13 giugno Lisbona, capitale lusitana, colora le sue strade di festoni di carta, porta la gente in piazza, profuma prepotente di sardine arrosto grasse e squisite, chorizo, insalata di pomodori rossi e cipolle odorose. La Lisboa degli edifici decadenti, dei mirador e del fado, romanticamente triste per propensione, indossa il suo sorriso più convinto e gioisce. Una mattina di febbraio del 2018, una processione d’auto muove da Nulvi – già Capitale d’Anglona – verso il crocevia sotto Osilo, porta dello scorrevole tratto che collega ormai da tempo la rocca dei Malaspina a Sassari. Quel giorno d’inverno, indossato il sorriso più bello, i nulvesi si liberavano d’una triste gabbia foderata d’oltre 30 anni di promesse, sogni, cantieri chiusi e aperti, consiglieri provinciali eletti e poi ammainati. Quel giorno almeno quattro generazioni di nulvesi, in pellegrinaggio, assistono al miracolo: quella strada, la Strada dell’Anglona nata – dicunt – al tavolo d’una casa in largo Fontanelle fra sorsi di poderoso cannonau e sapido cacio, cementava la sua forma.

L’idea era stata di Nuccio Cargiaghe, politico nulvese allora consigliere provinciale. Gli è stata dedicata una piazza, a Nuccio, davanti al Comune. Quel giorno, circondati da nulvesi, tanti politici del paese e del territorio. La vittoria è Comune: i nulvesi come i portoghesi a Sant’Antonio ricominciano a sorridere. Arrivare alla città in un quarto d’ora. Fare la spesa senza pianificare un viaggio. Immaginare, negli anni 2000, d’arrivare a scuola in meno di settanta minuti. Andarci, a Sassari, anche solo per un caffè. Nulvi, vissuto per oltre 30 anni nell’ansia e nell’attesa, sorride.

A Nulvi, paese d’Anglona, pastorizia e agricoltura sono risorsa, e l’orgoglio dei pastori nulvesi è baluardo a difesa della loro casa, la Cooperativa San Pasquale, quella del GranGlona, grana di pecora che ha conquistato l’Isola e non solo. A Nulvi ci sono grandi case dalle pareti irregolari e dalle scale consumate, oggi spesso vuote, e ce ne sono altre decadenti vendute a un euro per un progetto del Comune lanciato addosso allo spopolamento. Ci sono tanti bar. Al bar nuovo, negli anni 80, si beveva Chivas a bottiglie per festeggiare la vittoria di un cavallo a Chilivani o la vendita d’una partita di formaggio. I giovani bevevano la spuma, e da zia Angelina compravano i gelati. Due bar che oggi esistono ancora ma hanno scalato di generazioni e cambiato volto e nome. Al bar ci passi dopo un funerale, ci vedi la partita, ci fai l’alba e prendi il caffè preso il giornale in edicola.

I bar, e tante chiese. Ma davvero tante, sparse per la pianta del paese e nell’agro circostante. In una, immersa nel verde, pare sia avvenuto un miracolo vero. C’entrava qualcosa la vicenda legata al rapimento di Titti Pinna. L’Assunta, al centro del paese, guarda alla casa del prete. Su quel terrazzo, armato di forbici e con le maniche raccolte, don Derosas superava le pungenti insidie del riccio di mare e ne assaporava la dolce polpa arancio donandola al bimbo della casa di fianco.

Vita e religione. Lisbona ha il Cristo Rei che dall’Almada fa ombra alla città. Nulvi ha nei tre Candelieri il suo simbolo più forte. Sono enormi, dormono per 357 giorni nella chiesetta di San Filippo, liberati dall’incedere del Ferragosto, protagonisti della festa dell’Assunta: Sa Essìda de Sos Candhaleris è la festa dei nulvesi, residenti e già migranti. Il 14 agosto sfilano per il paese, fermi e oscillanti, sorretti da un mare di muscoli, sudore, devozione e sofferenza. Giovani e adulti appartenenti ai gremi de Sos Messajos, Sos Mastros e Sos Pastores dedicano spalle, schiena e ginocchia allo sfilare delle tre pale e richiamano folla e sentimento d’appartenenza. E quando dopo circa tre ore e quattro soste i tre giganti vengono infilati come cammello in cruna d’ago nella chiesa dell’Assunta – ancora lei – il sacro si fonde al profano perché al vertice della tensione dei nervi e della fibra gli inni s’alzano a scaricare il dolore, a dare pathos all’evento ed a coprire l’urlo a volte bestemmiante che lo sforzo a volte genera.

Intanto però la bestemmia, in forma di disappunto e non certo anti ecclesiale, è ciò che oggi i nulvesi macinano fra i denti quando percorrono la Strada dell’Anglona. La strada, quella strada inaugurata appena un anno fa. Giove pluvio, scaricando la sua ira sulla terra, ha scoperchiato le pecche d’un tracciato troppo bello per essere vero. Un acquerello d’argilla e catrame che esposto in bella mostra ha mostrato sin da subito i suoi difetti. La strada cede, martoriata dalle buche, vessata dai detriti che il costone riversa sulla carreggiata. E quel sorriso in stile portoghese si distorce in smorfia, non abdica ma accusa il colpo. AAA, affidarsi a santo Guido Sechi, commissario straordinario della Provincia di Sassari. Certamente all’Assunta. Forse, a sto punto, anche a Sant’Antonio da Padova (in Lisbona).

Giovanni Dessole

Nulvese classe ’77 nato (per caso) ad Alghero e residente a Sassari da 24 anni. Documentarista marino mancato, scienziato politico per accademia, trascorsi da animatore in campeggio per gaudente sopravvivenza e il giornalismo come passione e professione. Professionista da due lustri – precario da sempre – scrive per Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport e Tutto Sport; in passato collabora con Epolis, al presente con la Nuova Sardegna. A bordo campo – alla tastiera del mac – sta al fianco della Dinamo basket dalla promozione in serie A sino allo storico triplete. Comunicazione e social management il suo pane quotidiano, declinato fra aziende all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e società sportive, festival culturali e cooperative di pastori, food&beverage e tanti eccetera. Scrive, tanto. Ama, le parole con più di 7 lettere.

(foto di Pasquale Demis Posadinu)

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