L’arcipelago degli scrittori e il ricordo di Salvatore Mannuzzu, l’isola più grande

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Salvatore Mannuzzu

Lo scorso 10 settembre è morto, a 89 anni, Salvatore Mannuzzu. Magistrato, politico e scrittore, finissimo intellettuale, tra i più acuti e profondi nell’Italia degli ultimi cinquant’anni.
Mannuzzu ha lasciato il segno, tra quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo personalmente ma anche tra i suoi lettori, anche quelli occasionali. La sua opera rimane un incontro quasi obbligato per chiunque cerchi una strada per raccontare il mondo a partire dalla Sardegna. I libri di Mannuzzu rappresentano in qualche modo l’isola maggiore, un riferimento necessario per l’arcipelago delle Isole Minori o delle Cronache Pendolari che andiamo raccontando sul Risveglio della Sardegna. Abbiamo pensato di ricordarlo così, chiedendo proprio agli autori delle Isole Minori di parlare di lui e delle sue opere. E il nome di ogni autore – in modo che chi vuole possa conoscerlo meglio – rimanda al suo racconto pubblicato su questo sito nella rubrica Isole Minori.

Bachisio Bachis

“L’arte di morire è l’altra faccia dell’arte di vivere, il suo buio pedale. Esercitarla significa capire che qui sulla terra la vita continua infinitamente a scorrere, splendida e terribile: splendida e terribile in ogni suo attimo; e ciascuno di noi, giovane o vecchio, cristiano o no, deve accettarne attimo per attimo, sino alla fine, la difficile scommessa: deve provarsi ad amarla.” Qui sulla terra la vita continua a scorrere, con un frammento di Nouvelle vague sarda in meno e con una piccola parte dell’isola che se ne va con lui, scrive Silvia Valdes

Antonio Boggio: Quando penso a Mannuzzu, mi viene in mente una volta, in libreria, mentre indugiavo tra gli scaffali, le parole di una donna gettarono un’ombra di mistero e di fascino su di lui. La donna disse: «Per quanto non gli interessi esserci per forza, lui c’è e ci sarà.» Indicò il libro che avevo in mano.
Senza capire bene, risposi, «non ho mai letto niente, di suo.»
«È uno scrittore riservato, per quello non hai mai letto niente.»
Riguardai il libro, era Procedura. Lo sfogliai per carpirne l’essenza, sollevai la testa per domandare qualcosa, ma la donna non c’era più.

Giovanni Dessole rimpiange, quasi, il mancato incontro: “Per le strade di Sassari non ho mai incontrato Salvatore Mannuzzu. Non c’è stata occasione, non è mai capitato. Non ho avuto la fortuna, forse. La sua strada, però, l’ho incrociata più volte nello scorrere le pagine dei suoi libri. Il suo rispetto per la parola, per il pensiero espresso, reso stilisticamente puro e regalato allo sguardo è reiterato gesto d’amore, puro, verso il lettore. E verso la scrittura. Sulla pila dei libri che sale alta bordo letto, in cima, c’è ora Procedura. Un piccolo omaggio allo scrittura. Allo Scrittore. Allo scrivere”.

Michela Calledda rievoca il suo primo incontro con l’opera di Mannuzzu e la sua presenza, misurata e discreta, sui social network: “Ho incontrato per caso le sue parole poco più che ragazzina dentro la libreria di una stazione: erano quelle de La Figlia Perduta, il più bello tra i suoi romanzi, quello che mancò il premio Strega di un soffio. Già molto avanti negli anni, Mannuzzu non si era sottratto al clamore dei social network riuscendo a farne spazio gentile. Era bello, anche là, trovare le sue parole. Me le porto dentro, ancora, dopo molti anni, come un tesoro di saggezza inestimabile.

Anche Ester Cois ritorna ai tempi della “scoperta”: Il primo incontro con Mannuzzu avvenne su una bancarella di vecchi libri in Via Po, a Torino, nel 2001, sulla scia dell’irresistibile richiamo della prima edizione Einaudi di Procedura, che evocava una Sardegna tangenzialmente partecipe dei plumbei anni’70, e lontana nel tempo quanto lo era nello spazio per una dottoranda emigrata. A emergere dalle pagine fu un potente cantore della Giustizia, nelle sue declinazioni compensative di regole infrante, riparative di storie pubbliche controverse, risarcitorie di intimità spezzate e ‘ragazze perdute’”.

Myriam Mereu fa i conti con le letture mancate e quelle future: “Non ho mai avuto l’opportunità di conoscere Salvatore Mannuzzu di persona. Ho letto e amato Procedura, e mi sono ripromessa di leggere i suoi romanzi successivi, tra cui Alice e Le fate dell’inverno. Nel 2013 ho comprato Snuff o l‘arte di morire appena uscito, ma l’ho regalato a un amico. Il mio rapporto con i libri di Mannuzzu finora è stato intermittente, fugace e sempre rimandato. Ora che lui non c’è più, non avrò altre occasioni per incontrarlo se non attraverso i suoi scritti”.

Mauro Tetti si dedica alle pratiche inevase: “È così che succede, che i più grandi scrittori se ne vanno pure loro, e ci si sente come se ti avessero scardinato le porte e le finestre di casa in pieno inverno. Certo: morire non significa lasciare il mondo, ci sono ancora i romanzi con cui hai imparato a scrivere: i suoi romanzi. Ora dico: ci sono cose che la letteratura non può fare? Per poco non l’ho conosciuto, pur conoscendolo così bene, né gli ho fatto quella domanda che tengo dentro da tempo: cosa c’è scritto nel diario che nascondi? Ed è proprio quando non possiamo più fare la domanda che ci sembra di aver sempre saputo la risposta”.

Gianmichele Lisai cerca Mannuzzu nel “campo di battaglia” della scrittura sarda: Nel 1988, quando uscirono L’oro di Fraus di Giulio Angioni e Procedura di Salvatore Mannuzzu, Oreste Del Buono ipotizzò la nascita di una scuola sarda di noir. «Non mi sembra che il mio romanzo sia sardo», avrebbe osservato Mannuzzu, «credo che un romanzo non possa mai essere tale (né milanese, né brasiliano, e nemmeno russo). Si tratta di darsi un campo di battaglia». Sono convinto che oggi, qualsiasi autore sardo scenda su quel campo di battaglia, si senta un po’ allievo di quella scuola “inesistente”.

Mentre Ignazio Caruso coglie, nella prosa dello scrittore, il rigore del giurista: “Salvatore Mannuzzu: le sue parole: un’accusa; la sua sintassi: un’inchiesta; la sua punteggiatura: una sentenza. A scrivere di lui ci si sentirà sempre inadatti, comunque superflui. Al modesto lettore che intenda ricordare degnamente lo scrittore, non resta che cercare tra ciò che ha lasciato: si consolerà, scoprendo che «sì, la vita è comunque breve: per tutti. Ed è sempre incompleta per tutti; questo è il peccato: originale, appunto. E per questo la si perde ogni minuto, non una volta sola.»

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