Lavoro, ambiente, immigrazione, informazione. Zedda racconta la sinistra di governo sarda

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Massimo Zedda
Massimo Zedda, sindaco di Cagliari e candidato governatore in Sardegna

Massimo Zedda, nell’ufficio della Città metropolitana di Cagliari, studia l’ultimo sondaggio. I numeri inducono a un cauto ottimismo. Parlano – a oggi – di un testa a testa tra lui e il candidato del centrodestra e rivelano un dato politico già abbastanza consolidato. “Stando ai risultati del 4 marzo – dice – eravamo terzi. Oggi siamo o primi o secondi”. Un risultato rilevante se si considera che è stato conseguito nonostante il Partito democratico.

No, questo Zedda non lo dice, glielo facciamo notare noi mentre si parla del miracolo-Frailis. “E’ vero che all’elezione suppletiva la percentuale dei votanti è stata bassa – ha appena osservato – ma bisogna aggiungere che è stata bassa nonostante gli altri abbiamo fatto scendere Berlusconi, Salvini, Di Maio e Toninelli. Insomma, dello scarso numero di votanti credo debbano preoccuparsi soprattutto loro”. Ed è a questo punto che gli domandiamo se si possa affermare che il Pd ha avuto un grande merito nella conquista del collegio di Cagliari: rendersi invisibile. Il sindaco e candidato governatore, nonché speranza di resurrezione dell’ammaccato centrosinistra, è un politico troppo esperto per assecondare questa impostazione, indipendentemente dal fatto che la condivida almeno in parte (come ci pare di intuire).

“Ogni elezione – risponde – si caratterizza per la ragioni per le quali si chiede il voto. Lo specifico voto, intendo. L’esempio più lampante di questo meccanismo è stata la vittoria di Nicola Zingaretti alla Regionali del Lazio proprio lo stesso giorno, lo scorso 4 marzo, nel quale il centrosinistra subiva la sconfitta più grande della storia. A me pare che la discesa dei big nazionali del centrodestra e del Movimento 5 stelle abbia rivelato una sostanziale debolezza dei loro esponenti locali. Sono venuti per sostenere i loro candidati, ma hanno ottenuto il risultato di farli apparire ai loro stessi elettori deboli e inadeguati”.

Che una rimonta sia in atto, oltre ai sondaggi, lo dicono altri segnali: le sale affollate in queste prime tappe della campagna elettorale e anche il diffuso mal di pancia del centrodestra isolano per l’imposizione del candidato Christian Solinas. Col quale, domenica scorsa, Zedda ha avuto, nel corso del dibattito pubblico organizzato dal Coordinamento 3 sul tema delle pari opportunità, un battibecco. Solinas a un certo punto, dopo aver usato a sproposito la definizione “corpo sociale” per parlare delle donne, ha  aggiunto, sbagliando un’altra volta, che la definizione “è presente nella Costituzione”. Per concludere con un perentorio: “Studia”. Zedda ha lasciato perdere. Non gli ha ricordato della famosa “laurea” nel New Mexico. Ma qualche tempo fa aveva ricordato una vicenda non meno imbarazzante. Che ora conferma: “Sì – dice – alla vigilia della campagna elettorale per le scorse Politiche, Solinas mi chiese di fargli avere un appuntamento con Matteo Renzi e andò al Nazareno per incontrarlo. Cercava un posto al Parlamento, il Pd non gliel’ha garantito e allora è andato da Matteo Salvini”.

Su questa campagna elettorale incombe un paradosso: che l’inadeguatezza dell’avversario, e le crescenti speranze di un secondo miracolo, distolgano il centrosinistra dai suoi problemi strutturali. E che, in definitiva, lo “zoccolo duro”, rianimato dall’ennesima “emergenza democratica”, vada a salvare una classe politica che desidera soprattutto restare in sella. Classe politica che viene individuata da un numero rilevante di elettori ed ex elettori del centrosinistra nel Partito democratico e nei suoi litigiosi capibastone. E’ questa la preoccupazione, e il punto di vista, che abbiamo pensato di sottoporre a Massimo Zedda attraverso alcune questioni che sono considerate – da questa vasta area di “dubbiosi di sinistra” – cartine di tornasole dell’effettiva possibilità, e volontà, di una netta rottura con scelte che hanno causato la fuga di milioni di elettori verso il Movimento 5 stelle se non verso la destra.

La prima è la questione del lavoro (posta in questo sito da Lilli Pruna). Che affrontiamo a partire dal Sardinian Job Day, il megaincontro tra la domanda e l’offerta di lavoro che si è tenuto il 24 e il 25 gennaio alla Fiera di Cagliari. I numeri fanno impressione: quasi ventottomila visitatori, diecimila colloqui con le 300 aziende aderenti all’iniziativa. Cifre che sono state diffuse con molta enfasi da tutti gli organi d’informazione. Meno spazio è stato dedicato ad altri numeri. Il dato degli esclusi, per esempio: 38mila. Si parla di persone di varie età che ambivano ad avere una possibilità di lavoro e non sono state nemmeno ammesse al colloquio.

Zedda chiama in diretta il responsabile dell’Aspal, l’Agenzia sarda per le politica attive del lavoro, Massimo Temussi, per avere i dati più aggiornati. Naturalmente – sono passati pochi giorni – è ancora presto per avere un’idea di quanti posti di lavoro veri ha prodotto la grande kermesse della Fiera. Emerge che larga parte delle esclusioni è dipesa dall’inadeguatezza dei curricula, sia formale (persone che, per esempio, parlano bene l’inglese ma non hanno alcuna certificazione che lo attesti), sia sostanziale (mancanza dei requisiti richiesti). Si viene a sapere che tra i candidati non c’erano solo giovani e disoccupati, ma anche over 50 che vorrebbero cambiare occupazione o avvocati e ingegneri che, insoddisfatti della libera professione, vanno alla ricerca di uno stipendio fisso. E’ lo spaccato di una situazione estremamente complessa, che chiama in causa la formazione e i criteri con i quali fino a ora è stata gestita. A tutto questo si aggiungerà la pressione sugli uffici da parte degli aspiranti al reddito di cittadinanza. Da mettersi le mani nei capelli, anche perché, aggiunge Zedda, “Oggi non ci sono ancora tutti gli strumenti per gestire questa complessità. Si tratta di ‘accompagnare’ quanti vengono addirittura esclusi dalla possibilità di un colloquio attraverso la formazione professionale e si tratta contemporaneamente di capire quali sono le professionalità che le aziende cercano e a volte non trovano. Si tratta di vigilare per evitare che i tirocini diventino strumenti per non regolarizzare i rapporti di lavoro”.

Interventi che, nella Grande Riforma che Massimo Zedda prefigura negli incontri con gli elettori (“Un’altra storia, un’altra Regione, un’altra Sardegna”) dovranno essere accompagnati a “politiche contro l’abbandono scolastico e anche per ripristinare, per i giovani delle famiglie meno abbienti, il ponte tra il liceo e l’università”. Questa ricetta ha un nome antico: pre-salario. E’ stato per anni uno dei pulsanti più importanti dell’ascensore sociale, quando funzionava. Non si tratta di “spese”, ma di investimenti che produrranno risparmi su altri fronti: “Sappiamo – dice – che esiste una relazione tra il tasso di istruzione di una popolazione e la sua salute”.

L’altra cartina di tornasole è il tema dell’ambiente. I dati sono noti e parlano chiaro. Li ha ricordati Massimo Dadea di recente in un editoriale: “La nostra Isola è diventata un luogo dove donne e uomini muoiono di più a causa dell’alta incidenza delle patologie tumorali”. Secondo l’ISDE (Medici per l’ambiente), oggi “un sardo su tre vive in un luogo contaminato”. Come rompere il meccanismo che mette in alternativa la salute e il lavoro? “Si tratta di agire contemporaneamente su due leve – è la risposta – eliminare le produzioni inquinanti e creare nuove opportunità. E’ un problema che la Sardegna conosce fin dall’inizio della sua storia industriale: i minatori che andavano in miniera erano ben consapevoli di rischiare la silicosi, ma ci dovevano andare perché non esisteva altro. Noi dobbiamo essere capaci di creare nuove opportunità e la Regione si farà promotrice di un’azione che deve coinvolgere il governo centrale e l’Europa”.

Questo metodo secondo Zedda va applicato anche nei confronti del caso della RWM, la fabbrica delle bombe di Domusnovas: “Se non mi hanno dato informazioni imprecise – dice – l’impresa madre di RWM produce anche batterie. Ecco, questo potrebbe essere il percorso per una riconversione: immagazzinare l’eccesso di energia prodotta. Di certo non possiamo parlare di pace e contemporaneamente produrre ordigni che vengono tra l’altro utilizzati contro popolazioni inermi. La Regione deve impegnarsi per una riconversione che, però, deve essere sostenuta da interventi nazionali e dalla normativa europea. Noi faremo la nostra parte, ma chiederemo per questo un impegno a tutti i parlamentari ed europarlamentari sardi”.

C’è poi la questione dell’immigrazione. Da sinistra Zedda (vedi l’editoriale di Marina Spinetti) è stato invitato ad assumere, in relazione al decreto sicurezza, una posizione analoga a quella dei sindaci che hanno annunciato che compiranno un atto di disubbidienza civile e non lo applicheranno. Zedda – due settimane fa – ha risposto che Cagliari agirà in sintonia con l’ANCI per ottenere la modifica del decreto. Ma nel caso in cui queste modifiche non dovessero arrivare e il decreto fosse riproposto tale e quale, cosa farà?

“Intanto, a fronte dell’arroganza del ministro Salvini abbiamo registrato come ANCI la disponibilità del presidente del Consiglio, Conte, a venire incontro alle richieste dei sindaci. È un primo passo. Resta chiaro che un Paese come l’Italia non può permettersi di lasciare in mare donne, bambini e uomini e in questo senso sono le cittadine e i cittadini che si stanno mobilitando per primi. Il ragionamento sul decreto sicurezza è ancora più ampio e come sindaci lo abbiamo sottolineato in modo trasversale: finirà per creare maggiore insicurezza, ed è probabilmente quello vuole Salvini per nascondere quanto il suo governo non sta riuscendo a fare per migliorare le condizioni di vita degli italiani. Valuteremo se le aperture del presidente del Consiglio saranno portate avanti, e poi ragioneremo sul da farsi.

La questione dell’informazione non è una “cartina di tornasole” di valore generale. Questo tema, infatti, è totalmente assente dal dibattito politico verso le Regionali. Lo facciamo notare a Massimo Zedda, che condivide, d’altra parte è un dato di fatto. Siamo evidentemente, in pieno “conflitto d’interessi”, perché è non solo una questione che ci riguarda, ma proprio la ragione per cui questa testata è nata. Ed è in un certo senso una innovazione nel costume che si è instaurato da decenni porre la questione nell’ambito di un ragionamento su un programma politico di carattere generale. Di solito viene risolta e affrontata fuori dal controllo dell’opinione pubblica, in un do ut des tra politici ed editori.

Massimo Zedda pare avere le idee abbastanza chiare sul punto principale: qua si parla di un comparto industriale che affronta una rivoluzione industriale in una fase di recessione. Comunque la si pensi, è necessario un intervento pubblico di sostegno. Si tratta poi di stabilire delle regole precise. Oggi, d’altra parte, è molto più semplice che nel passato individuare il numero di lettori di una testata (nel Web è possibile conoscerlo fino all’unità) e quindi, per esempio, erogare la pubblicità istituzionale con criteri oggettivi. “Un altro ambito da esplorare riguarda le comunicazioni istituzionali della Regione, dei comuni e degli enti. Si può studiare una modalità di diffusione che porti delle risorse alle testate e, contemporaneamente, consenta alle istituzioni di raggiungere i cittadini in modo capillare. In generale – aggiunge – si deve trovare il modo di garantire sia le realtà editoriali che esistono da anni, sia quelle nuove. Distinguendo la voce della diffusione delle informazioni, da quella della ideazione delle campagna informative. Può infatti succedere che chi ha le idee migliori non abbia il media più diffuso. Credo che individuare criteri oggettivi sia indispensabile. Il rischio della situazione attuale è di un appiattimento a favore di chi eroga le risorse. Ma in questo modo si colpisce la libertà”.

Alle elezioni sarde guardano da tutt’Italia. Il miracolo-Frailis ha accentuato l’attenzione e le speranza. Che non si riferiscono solo alla possibilità di una vittoria. L’esperienza di Zedda, indipendentemente dal risultato, potrebbe diventare un modello di valore generale, l’embrione di una nuova forza politica della sinistra di governo. Ma in tutto questo qual è il ruolo del Partito democratico e come vede il candidato governatore le liti che hanno accompagnato anche in questa occasione la formazione delle liste? “Non ho aderito al Pd quando nel 2007 ero con i Democratici di sinistra. Cerco di avere rapporti corretti con le forze politiche che mi sostengono e ne auspico il rinnovamento. A Cagliari, per esempio, il Pd ha eletto nel consiglio comunali tanti giovani che hanno lavorato e lavorano molto bene. Rispetto alle prospettive future, credo che esista lo spazio per una forza di centro che guarda a sinistra e per una forza di sinistra che abbia l’obiettivo di governare il Paese a partire dalla capacità di sintetizzare i bisogni delle città e dei territori”.

Giovanni Maria Bellu

 

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