Le bambine serie di Letizia Battaglia

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Letizia Battaglia

Davanti all’obiettivo di Letizia Battaglia, prima fotoreporter italiana a lavorare per un giornale, L’Ora di Palermo, sono passati diversi decenni di storia e di storie siciliane e nazionali. Storie che raccontano soprattutto Palermo nella sua complessità: una città grande e terribile ricca di tradizioni, di sguardi di bambini e donne, i quartieri, le strade, le feste e i lutti, la vita quotidiana e i volti del potere di una città contraddittoria. E se nel suo archivio abbondano le storie di mafia, che l’hanno resa famosa, abbondano anche sguardi e momenti quotidiani, con le donne sempre in primo piano.

“Amo fotografare le donne – dice – perché sono solidale: devono ancora superare tanti ostacoli verso la felicità, in questa società maschilista che le vuole eternamente giovani, belle, con una concezione dell’amore che spesso, in realtà, è solo possesso. E cerco gli occhi profondi e sognanti delle bambine: mi ricordano me stessa a dieci anni, quando mi resi conto, di colpo, che il mondo non era poi così bello. Ecco perché le bimbe che ritraggo non ridono mai: le voglio serie nei confronti del mondo, come lo sono stata io”.

La sua mostra Fotografie, allestita da Luna Scarlatta, è stata una delle proposte più apprezzate dal pubblico del Festival Pazza Idea. Femminile Plurale. Finito il festival, in collaborazione con il Consorzio Camù, la mostra resterà ora aperta al pubblico, nelle sale del Centro comunale d’arte Il Ghetto, fino al prossimo 5 gennaio 2019. Trenta immagini in bianco e nero con le quali l’ottantatreenne fotografa palermitana ripercorre la sua storia professionale, la sua passione per il racconto del mondo, che sia terribile come la mafia o magico come gli sguardi delle “sue” bambine, fissate dall’obiettivo nel momento della massima grazia. Una vita nel segno della scoperta e della volontà, con uno sguardo sempre amorevole e solidale nei confronti delle donne, misericordioso verso le contraddizioni di una società magistralmente illuminata dal suo bianco e nero.

Nel suo lucido intervento di presentazione la fotografa ha affrontato i grandi temi nazionali: «La mafia – dice – gioca sullo sbandamento, sul non avere direzioni, ideali. È già tanto avere dei sogni, pensare di portare avanti dei progetti culturali. Questo alla mafia non fa bene». In un festival che racconta le donne la sua visione è netta, come racconta in un’intervista apparsa sul  quotidiano Linkiesta:«Se guardo le mie fotografie, quelle di trent’anni fa, la gente era diversa. Le ragazze erano più povere, meno belle. Sono immagini diverse in rapporto alla gente. Poi le cose sono cambiate, ma i ponti crollano, il dolore c’è, e oggi gli uomini ammazzano le donne. Però la situazione è un po’ migliorata: le donne oggi sono un po’ più consapevoli di se stesse, sono gli uomini che non lo sono».

La mostra di Letizia Battaglia è un purissimo distillato di fotoreportage autoriale, di cui cominciamo a sentire la mancanza, che ci mostra come si racconta il mondo attraverso gli sguardi e le metafore attentamente colte, che ci insegna ad estrarre il messaggio fuori dal singolo contesto e farne storia universale, vissuto quotidiano di tutti noi. Ci insegna a parlare forte e chiaro, con un linguaggio che guarda alla sostanza dell’immagine piuttosto che alla sua frivola declinazione estetica, necessaria spesso solo a chi ha poco da raccontare.

Enrico Pinna

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