Le cattive azioni di Masainas

di Denise Murgia. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Masainas, Sa matta de sa cruxi. Foto di Francesca Murroni

Quando ero bambina ricordo che spesso, i vecchi, forse per scherzare o provocarmi, mi dicevano: “Ah, de Masainas sesi? Logu de genti mala!”. “Eh ba”, pensavo io,  “ma candu mai?”. In un primo momento non davo peso alla cosa, ma, poiché accadeva spesso che mi venisse fatta questa osservazione, mi convinsi presto e a malincuore che doveva essere pur vera, suffragata anche dal fatto che a farla erano i vecchi ed è noto che loro sono i più saggi. Rimuginavo spesso su questa faccenda. Insomma questo stigma che pesava sul mio paese mi feriva molto, mi sembrava un “affrontu leggiu”. Non poteva essere del tutto vero considerato che io ero una bambina buona e facevo parte della stessa comunità. Non mi andava di far parte di una comunità appestata.

Decisi allora di approfondire “scientificamente” la questione, chiedendolo alla maestra, la quale mi spiegò che l’origine di questa brutta fama era insita nel nome stesso del paese:  “Masainas”. Pare infatti che una delle tesi sull’origine del nome sostenga che la parola nasca dall’unione di altre due parole: MALAS  e FAINAS,  cioè CATTIVE AZIONI. Ci rimasi male. Anche se ormai possedevo la prova scientifica della malvagità del mio paese, non la volevo accettare. Allora, con il pensiero, mi sforzai di far affiorare alla mente episodi di manifesta bontà, ma per quanto mi impegnassi, non ci riuscii. Al contrario. Mi sfilarono davanti agli occhi scene di una cattiveria inaudita, che solo a citarle…

Come quella volta che ciu Paulinu uccise il cane del vicino dandogli da mangiare il lucido per le scarpe; o quando ciu Antiogu preparò delle frittelle di spugna e le fece mangiare ai numerosi gatti che visitavano il suo cortile.

Oppure quella volta che nonno servì a mio padre carne di gatto facendogli credere fosse carne di coniglio. Povero gatto. E povero babbo che vomitò tutta la notte.

Una volta, la vicina, cia Rosina, riuscì addirittura ad ammazzare una gallina mentre questa razzolava qua e là: all’improvviso la testa della povera gallina cascò sull’erba, mentre il corpo, per alcuni secondi, rimase in piedi compiendo addirittura alcuni passi in avanti. Mia cugina ancora la sogna nei suoi peggiori incubi.

E poi il figlio dell’elettricista, trattato male dal padre e apostrofato sempre con frasi sminuenti e umilianti: Oh scimpru! Oh tontu!

E poi c’è cia Greca che dice che tutte quelle che portano la minigonna sono bagasse.

E poi cia Teresa che quando beve molto vino diventa prima tutta allegra e racconta dei viaggi in Francia, poi man mano diventa sempre più nervosa fino a sbottare e addirittura picchiare il marito. Come quella volta che iniziò così:

Lei:  candu Giuanni fiara in Francia, guidara unu “grand camion” (con enfasi) e…

Lui: non buffisti…

Lei: Fui narendi… candu Giuanni fiara in Francia, guidara unu “grand camion” e…

Lui: Eja Teresa, però accabbadda de buffai

Lei: (scandendo nervosamente) candu – Giuanni – fiara –  In – Francia- guidara – unu- grand -camion”

Lui: Appu nau, accabbadda de buffai!

Lei: merda, sciesta guidai su grand camion, unu petit camion fura! E giù di botte al povero Giuanni.

Zietta grottesca a parte, la situazione del paese era veramente sconfortante (e mi accorgo di aver dimenticato di citare quel mio zio alla lontana, al quale capitò persino di essere ammazzato con un colpo alla testa).

Ma perché la cattiveria si concentrava proprio nel mio paese? Ci riflettei a lungo e, vagliate con insuccesso tutte le ipotesi antropologiche e sociologiche, ebbi ad un certo punto un’intuizione. Non mi rimaneva che chiedere conferma alla mia amica cia Gaurenzia, guaritrice e strega emerita di Masainas.

Grazie alle sue conoscenze in fatto di magia, mettendo subito in azione i suoi speciali poteri, non impiegò molto a capire l’origine del problema e, confermando le mie intuizioni,  decretò: “Agitoriu! Sa bidda esti pigara de ogu!”

Cia Gaurenzia, si mise subito all’opera cimentandosi in una vera e propria maratona di “abrebi” quotidiani, fino a quando, con non poca fatica, riuscì nell’intento di sciogliere finalmente il malocchio, liberando il paese e la sua popolazione da ogni traccia di cattiveria.

Le fui immensamente grata, potevo finalmente andare in giro a testa alta, fiera dei miei compaesani.

Quando tutto fu finito, incuriosita volli chiedere a Cia Gaurenzia cosa ne avesse fatto di tutta quella cattiveria strappata al paese.

Lei rispose di averla trasformata in foglie di ulivo e di averla riposta tutta in  “sa matta de sa gruxi”. Soddisfatta dalla risposta, la salutai e mi avviai verso l’uscio, infilando le mani nelle tasche del vestito. Mi accorsi così di avere qualcosa tra le dita, realizzando che si trattava proprio di foglie di ulivo. Mi voltai verso cia Gaurenzia indirizzandole uno sguardo interrogativo.

Lei  mi sorrise amichevolmente e ghignò: “Unu pagu poriri sempri serbiri”.

Denise Murgia

Sulcitana di Masainas, vi ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Trasferita a Cagliari, dopo la laurea in Economia e il Master in Relazioni Industriali, nel 2003 frequenta il suo primo corso di teatro, innamorandosene. Nel 2006 scrive ed interpreta uno spettacolo teatrale sul mobbing. Oggi lavora nel settore pubblico, ma conserva la sua passione.

 

 

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