Le donne di Ilbono

di Lisa Ferreli. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis

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Ilbono (foto di Anna Piroddi)

«T’appu nau ca no»

«Nonna dai, ma perché?»

La lingua spinge forte contro il palato, si aggrappa agli alveoli qualche millesimo di secondo in più per dare ancor più valore alla consonante nasale, molla la presa e lascia spazio a lei, una vocale semichiusa come le porte dell’armadio di mia nonna: puoi sbirciare da una fessura approfittando dei rari spiragli di luce, ma non puoi toccare – e soprattutto portar via – assolutamente niente.

«Nnno

Da un po’ di tempo, non c’è bene materiale che io desideri maggiormente di quella gonna. “Gonna”, ma che scrivo? Se nonna Iolanda, classe 1932, ilbonese madre di otto figli partoriti con dolore e allevati con rigore leggesse queste parole mi direbbe pronta: “cittudì tocca“.

Quella della quale vi parlo non è una semplice gonna, ma una fardetta in broccato. Proviene dal negozio di tessuti che nonna aveva nella via principale del paese, utile a rifornire le donne di Ilbono, da sempre note per l’arte del ricamo. Ma soprattutto, proviene dalle mani ricamatrici di mia nonna, tra i pochi angoli di pelle candida e rugosa degni di non essere nascosti dal nero abito tradizionale da vedova. E la chiave che serra quell’armadio rendendolo inaccessibile è proprio lui: l’abito tradizionale, che io non indosso, ma lei sì.
Io sono estia a sennora, alla moda, come mi dice nonna anche quando passo a trovarla in pigiama, perché per lei la moda è quella che ha portato via sa fardetta, quella che è arrivata dal mare e l’ha lasciata sola, insieme alle donne della sua generazione, a sistemarsi il fazzoletto scuro intorno al viso prima di uscire di casa.

Ilbono è un piccolo paese ogliastrino di poco più di duemila anime che media tra il mare e le montagne: l’uno porta ventate d’aria fresca, le altre le contengono. Ilbono sta nel mezzo: tra un passato fatto di ricami, tradizione, dedizione alla terra e donne in costume, e un presente di novità, di gonne più corte, di ricorrenze utili a riportare in auge la tradizione e di ossequioso rispetto verso chi, tra le rughe, custodisce la storia.

Stare nel mezzo però è complesso: la corsa spasmodica alla modernità spesso dimentica di contemplare i tempi andati, e così a volte è difficile rendersi conto del fatto che la mutevolezza del tempo e dello spazio, dà e toglie.

Da bambina, quando camminavo con le punte delle dita che sfioravano le pareti dall’intonaco fragile lungo su strintorgiu, quella via del centro storico di Ilbono così stretta da permettere il passaggio di una sola persona per volta, mi piaceva cedere il passo alle signore in fardetta di ritorno dalla messa. Me l’ha insegnato mamma a dar loro priorità e rispetto.

Le incrociavo in gruppo mentre fermavano le loro chiacchiere e il loro passo per chiedermi figlia di chi fossi: rispondevo – e rispondo tutt’ora – rivelando loro il soprannome di famiglia, ereditato da nonna Iolanda, perché da noi è importante presentare prima i propri avi, poi se stessi.

Dopo aver chiarito la mia discendenza, le osservavo allontanarsi con le loro lunghe gonne scure e quelle camicie strette ai polsi, vestite interamente di nero se vedove, stesso outfit – diremmo oggi – a prescindere dalle stagioni: una mantella in lana grossa copre le spalle d’inverno, un ventaglio custodito in tasca permette all’aria di lambire il viso nei caldi pomeriggi estivi, ma nient’altro cambia. Allora non mi chiedevo se, chi sarebbe giunto dopo me e i miei fratelli, avrebbe potuto godere del fascino di quegli abiti: nella mia testa era naturale che le donne ilbonesi, giunte a un certo punto della loro vita, decidessero di intrecciare e poi attorcigliare i lunghi capelli bianchi in una crocchia, incorniciare il viso con un fazzoletto e dire addio ai pantaloni. Ma nella mia testa spesso accadono fatti mirabolanti che niente hanno a che vedere con la realtà.

Ad oggi, pensando a quale potrebbe essere il patrimonio custodito dal mio paese, mi vengono in mente loro, le anziane e la loro quotidianità trascorsa in abiti – per me – d’altri tempi.

Non so per quanto ancora avrò la possibilità di ammirarle, non so se i figli che un giorno, forse, deciderò di crescere dovranno fantasticare sui miei racconti o potranno incrociare queste donne e cedere loro il passo con ammirazione, come facevo io.

Per questo ci tengo a quella fardetta in broccato, perché è intermediaria d’amore: tiene uniti ieri e oggi, lega le nuove alle vecchie generazioni ricordando alle prime che il presente non può essere tale senza il passato, e alle seconde che il passato non può essere tale nel presente. E per lo stesso motivo, ci tiene anche nonna Iolanda: per la paura che una mia disattenzione possa anche solo scheggiare l’immenso patrimonio custodito da quel nobile pezzo di stoffa, simbolo di un paese divenuto noto grazie alle mani ricamatrici di donne d’altri tempi, come lei.

«E va bene nonna, la lascio lì. Ma so che verrà il giorno in cui riconoscerai l’importanza del tramandare le tradizioni, ti fiderai di me e me la donerai con amore»

«Cittudì tocca!»

Lisa Ferreli

E’ una penna libera e spensierata, appassionata di un sacco di cose: il suo è un mix di accenti e sapori provenienti per tre quarti dall’Ogliastra, per un quarto da Cagliari. Dovendole affibbiare uno dei cinque gusti, umami sarebbe quello più adatto: dal sapore quindi sapido e piacevole, ma difficile da inquadrare

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