L’incendio della Sardegna e la profezia di Michelangelo Pira

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Quando anche l’ultimo albero fu sacrificato al fuoco, la Sardegna divenne tutta Costa Smeralda. Non più solo Porto Cervo e Porto Rotondo, dove aveva stabilito la sua residenza il capitano d’industria più amato dagli italiani e dove John, il parrucchiere delle dive, con la sua faccia immobile, tradita da una smorfia beffarda, contemplava il tempo fermandolo con gli occhi.

Il traghetto per Genova era già partito, di primo mattino, con il suo carico di turisti che avevano esaurito le vacanze e tornavano a casa con i loro pensieri fatti di vita quotidiana, lavoro – chi ce l’aveva – e sogni, a volte infranti, ma patrimonio in grande espansione.

Non lontano, dove un tempo c’erano le sugherete, incenerite dalle fiamme, e dove era ancora vivo il ricordo del poeta che aveva cantato l’Hotel Supramonte, i grandi sassi della Valle della Luna aprivano lo spazio al teatro, allo spettacolo d’arte varia della natura che non si fa imprigionare nella dimensione della realtà.

Chi l’avrebbe mai detto che tutto questo sarebbe piaciuto a Gavino, diciott’anni, studente alla facoltà di agraria, figlio e nipote di pastori che avevano visto passare i banditi quando i sequestri di persona duravano mesi, lunghi mesi di estenuanti attese e sofferenze.

Gavino era nato lì, guardava al futuro, testa mai china, aveva ambizioni, tante ma non definite, eppure era l’immagine stessa della memoria, una memoria che nessun
computer, tablet, iPhone, avrebbe potuto contenere, una memoria a rischio d’estinzione, che se n’andava con gli alberi, ma che la terra – l’antica madre – rifiutava di seppellire, senza arrendersi alla forza devastante del fuoco.

Gavino era diretto in biblioteca e ci arrivò attraversando villaggi che non avevano cimiteri perché era scritto che nessuno in Costa Smeralda sarebbe morto.

“Ecco il tuo libro”, gli disse l’addetto agli scaffali polverosi.

Gavino ringraziò con un sorriso e si mise a sedere ad un tavolo che stava di fronte alla grande vetrata affacciata sulle ultime foglie luccicanti, travolte dai raggi del sole. Su, tra le nuvole, gli elicotteri muovevano furiosamente le loro pale, ma non avevano più scorte d’acqua e il tentativo di porre fine al disastro era irrimediabilmente fallito. Non restava che aprire il libro.

Gavino ne aveva sentito parlare dai vecchi che più nessuno ascoltava perché tutti erano convinti che le loro storie appartenessero al passato assoluto.

Già, le loro storie. Narravano di pastori guerrieri che, nei vasti spazi senza tempo, in notti accese da lune crescenti, saltavano su cavalli senza sella, e attraversavano senza meta boschi selvaggi e pianure scoscese, colline digradanti e laghi acquitrinosi. Armati di lance, inseguivano animali fantastici, metà pecore e metà cinghiali, tutt’altro che facili prede. Quasi impossibile catturarli. E, quando il sangue scorreva, la luna non c’era più, perché nessuno era interessato allo spettacolo della violenza e il sipario calava su quelle tenzoni in cui ciascuno era cosciente del proprio ruolo, bestie e cavalieri, come in una corrida invisibile. Storie di eroi aldilà del bene e del male, radici e leggende, frammenti dì civiltà misteriose.

La biblioteca del piccolo paese abbarbicato sulle rocce era un solido avamposto, Gavino, con un’ampia panoramica, abbracciò la sala. Non c’era nessuno. Anche l’addetto che gli aveva consegnato il volume aveva fatto perdere le sue tracce. Volatilizzato. Negli scaffali migliaia di romanzi, saggi, poemi, ansiosi di palesarsi, di testimoniare la propria esistenza. Potevano aspettare, Gavino aveva il suo libro.

“È arrivato il momento”, disse a voce alta, rivolgendosi a sé stesso. E poi s’immerse nelle pagine – erano milleduecento – che non raccontavano gli eroi, i pastori guerrieri, custoditi
nella memoria dei vecchi. Non l’epica, il mito, ma la rivolta, l’identità, l’Europa, il mondo.

Opera matura d’un intellettuale che aveva vissuto il suo tempo, era nato in un villaggio, che adorava ma non gli bastava, e aveva cercato i segni, gli strumenti per fare della sua terra un tesoro unico, irripetibile, ma anche uno scrigno di sapienza universale.

Gavino ne fu sorpreso e lesse con avidità. Tutta la notte nella biblioteca deserta. Quell’uomo, l’autore del libro, era morto, ma aveva previsto tutto. L’isola, il fuoco, la Costa Smeralda. E anche il momento che Gavino stava vivendo, seduto al tavolo della sua sensibilità.

Un’ansia improvvisa s’impadronì del ragazzo, ma durò un battito di ciglia, perché fu sopraffatta da uno strano senso di pace, di serenità. Era ormai l’alba. Gavino lasciò la biblioteca e vide ancora i villaggi senza cimitero. La grande villa dell’industriale più amato dagli italiani era sempre lì. E i fantasmi dei banditi andavano a tagliarsi i capelli dal parrucchiere delle dive.

“Solo una scorciatina”, disse uno di loro.

Il parrucchiere, immobile nel sorriso beffardo, ubbidì.

Da un vecchio vinile volavano note e parole della canzone sempre impressa nella memoria, Hotel Supramonte. Era la colonna sonora del giorno appena iniziato. Un traghetto di turisti, partiti da Genova, s’affacciava sul mare verdazzurro, sulle spiagge delle vacanze.

Gavino, curioso com’era, non si fece sfuggire niente. Osservò tutto con attenzione, poi prese la strada di casa. Era già tardi. La lezione stava per iniziare nel grande Auditorium dell’Università.

Mise il tablet nella borsa, lo sincronizzò con l’iPhone. E si tuffò nella sua passione, l’agraria. Per fare il bagno nelle acque sferzate dal maestrale c’era tempo. Sapore di sale. Domani. Forse domenica.

Attilio Gatto

(Dedicato a Michelangelo Pira)

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