L’orgoglio della conoscenza

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Sono tempi strani questi che viviamo. Tempi in cui si fa orgoglioso sfoggio dell’ignoranza sventolata come una bandiera. Tempi in cui si nomina presidente della commissione istruzione al Senato della Repubblica Italiana un signore che a scuola ha passato ben poco tempo e che dichiara con fierezza che «quello che c’è da sapere non si impara su polverosi libri»…

Oggi si studia all’università della strada, all’università di facebook e, se si vuole diventare fotografi, basta studiare all’università di Instagram. Chi invece fosse un irrimediabile tradizionalista, ostinatamente aggrappato ai vecchi e polverosi modelli e volesse diventare un vero fotografo dovrà studiare e tanto. Perché fotografi non si diventa acquistando l’ultimo modello di fotocamera ma studiando non solo la tecnica ma la grammatica dell’immagine, la storia dell’arte, della fotografia, la composizione, le figure retoriche e tanto altro ancora.

In questi giorni è in corso a Cagliari, nella splendida cornice del Castello di San Michele, l’esposizione collettiva di fotografia dei corsi annuali della Scuola d’Arte Fotografica dello studio Fine Art, tenuti da Michelangelo Sardo. Si tratta dell’esame finale dove ciascun allievo espone il proprio lavoro.

«Ogni artista – spiega Sardo – presenta un progetto individuale, realizzato in piena libertà formale e espressiva, attraverso il quale ci conduce lungo la propria ricerca, indagando ora percorsi inattesi, ora i piani più classici del linguaggio fotografico». Nove proposte, nove allievi che presentano la loro personale declinazione della fotografia al termine del percorso di studi durato nove mesi.

Alcuni allievi indagano temi classici, come i Carnevali sardi di Roberto Mulas, la Sardegna abbandonata di Maria Luisa Ciccu il ritorno al passato di Alessandro Carrus, i corpi dipinti di Dino Pistillo, tutti declinati in un ineccepibile bianco e nero. Sempre con la stessa tecnica le schede elettroniche di Simone Porrà diventano inquietanti città viste dall’alto mentre con “Luci e ombre” Silvania Piras ci rammenta che i crocifissi non sono spade da brandire ma simboli di umiltà e di devozione.

Sul versante del colore Andrea Aversano ci mostra la sofferenza quotidiana attraverso le foto degli oggetti che tengono compagnia ai dializzati durante le loro inevitabili sedute. Il paesaggio di Rita Bacchiddu è una galleria di “non luoghi” dai toni esangui e diafani mentre Letizia Bruni esegue, con un cellulare, una ricognizione nel colore declinato ora con echi della Pop Art o con paesaggi “Fontaniani” scomponendo la scena in singoli particolari da ricomporre a piacere.

Queste le proposte di chi cerca di costruire un percorso personale o professionale attraverso la conoscenza e l’applicazione, perché quel che c’è da sapere si impara anche su “polverosi” libri.

La mostra resterà aperta sino al 30 giugno.

Enrico Pinna

 

 

 

 

 

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