“L’uomo che comprò la luna”, la Sardegna magica di Paolo Zucca vista dal Nord-Est

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Nord-Est, Sud-ovest. Friuli,Sardegna. Mi capita di vedere L’uomo che comprò la luna in
una sala storica di Udine, il Cinema Centrale. Dialogo tra isole, perché anche questa terra
di frontiera in fondo lo è. La Sardegna circondata dal mare, il Friuli da vecchi confini non più
confini (Austria e Slovenia), e non lontano da nuovi muri (Ungheria). È la sintesi di un’Europa, così osteggiata e così amata, comunque al centro delle nostre vite, delle nostre
speranze, anche in vista delle elezioni del 26 maggio.

La memoria va alle trincee della Brigata Sassari e del Capitano Emilio Lussu. Storie che hanno ispirato film come La grande guerra di Monicelli e Uomini contro di Rosi. Storie di sardi con i piedi ben piantati nell’isola e gli occhi rivolti al mondo.

Occhi accorti quelli di Paolo Zucca, regista d’un film – scritto con Geppi Cucciari e Barbara Alberti – che è già un fenomeno per incassi e per distribuzione. Prima della proiezione dialoga col pubblico, insieme al protagonista, Jacopo Cullin. Per loro una maratona. “Paolo è uscito di casa il 4 aprile è non è ancora tornato. Lo stanno cercando.” Sonora risata di spettatori che svelano nome e cognome d’origine sarda, mentre Cullin dipinge uno scenario da Chi l’ha visto?.

Debutto ad aprile appunto, isola e poi penisola, ma in realtà il giro è cominciato nell’ottobre scorso, in Corea del Sud e fa tappa nelle città europee, in Cina e in Argentina. Un viaggio per accompagnare il viaggio dell’agente Kevin Pirelli, finto milanese che in realtà si chiama Gavino Zoccheddu. Deve stanare, per conto degli americani, chi s’è impadronito della luna, in una Sardegna magica, tra spazi sconfinati e angoli di paradiso, bianchi, calcarei, quasi lunari, come S’Archittu. Ed è il pretesto – lo spiega Paolo Zucca al pubblico – per scoprire come si rappresentano i sardi, per sorridere dei luoghi comuni, sempre in punta di fioretto, in un album dei difetti che non fa sconti ma che è anche un atto d’amore verso i conterranei.

Il film è un susseguirsi di generi, dalla commedia al dramma, dall’intrigo internazionale al
western, dal realistico al fantastico. “A me piace così”, dice Zucca. Improvvisi corto
circuiti della narrazione che però non stridono, anzi dialogano, come in una morbida
dissolvenza. E poi i personaggi, ben costruiti e affidati ad attori di talento: dai due fiduciari degli americani, Stefano Fresi e Francesco Pannofino, alla “jana” Angela Molina, dal vagabondo Cullin, Don Chisciotte tra due lingue, a Benito Urgu, coscienza tragica che porge il comico con un gesto, uno sguardo, una frase, mai una sbavatura.

Urgu, nella Sardegna magica, su cui vegliano i grandi della storia, è l’allenatore, il maestro di sardità che – come uno “Jedi” di Guerre stellari – sembra emergere da Morfologia della fiaba, il libro visionario di Vladimir Propp. Dice all’allievo:”Cominciamo con il silenzio.” Il silenzio della Sardegna. Ricco di voci. Come quello del Friuli, del mito asburgico così ben indagato da Claudio Magris, pagine di scrittori e intellettuali che spesso smascherano la retorica della grande Austria e allo stesso tempo l’abbracciano. Un legame indissolubile in queste terre di confine, in queste isole d’Europa in cerca d’autore.

Attilio Gatto

 

 

 

 

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