Max Leopold Wagner, un linguista con la macchina fotografica

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Dopo aver girato la Sardegna in lungo e in largo in bicicletta e a cavallo, dopo aver stabilito uno stretto legame con le genti dell’isola alla fine Max Leopold Wagner parlava il sardo meglio di noi, come ebbe a scrivere Marcello Serra in un articolo su l’Almanacco di Cagliari di tanti anni fa. Il “padre della linguistica sarda” affrontò i suoi studi vivendo sul campo la vita dei sardi, condividendone le giornate, nella convinzione che una ricerca linguistica non può prescindere da una visione antropologica vissuta dall’interno e da un’attenta comprensione delle vicende sociali.

Il suo viaggio è stato quello di un precursore attento e determinato. Quando arrivò per la prima volta in Sardegna, nel 1905, non si era ancora spenta la polemica scatenata dalla pubblicazione del libro di Alfredo Niceforo La delinquenza in Sardegna in cui il giovane antropologo siciliano individuava nel centro dell’isola una sorta di “zona delinquente” predisposta biologicamente ai reati contro la società, fornendo una facile giustificazione scientifica a tante efferate spedizioni di polizia. Wagner capovolse questa teoria visitando la Barbagia senza la scorta armata, offerta spesso agli studiosi, e affermando che a Nuoro, come in altre località della provincia, ci si poteva recare tranquillamente usando le normali cautele che ogni viaggiatore deve adottare in tutti i luoghi del mondo.

In tempi in cui si individuano nuove razze delinquenti la storia di Wagner risuona ancora come un potente monito contro il pregiudizio e ci ricorda di quando eravamo noi sardi la razza delinquente e poi successivamente razza migrante (ma pur sempre delinquente). Wagner fu un innovatore anche nel metodo di lavoro: fu uno dei primi ad utilizzare nelle sue ricerche il fonografo e la macchina fotografica.

E proprio il Wagner fotografo è un tema interessante da osservare perché, dopo la prima a Nuoro, le foto del grande studioso tedesco sono esposte a Cagliari nel bellissimo scenario dello Spazio SEARCH, sottopiano del palazzo civico, Largo Carlo Felice 2.

L’esposizione titolata Fotografie della Sardegna di un linguista antropologo, voluta dal Servizio Cultura e Spettacolo e dai Musei Civici di Cagliari, prodotta e curata e dall’Isre (Istituto superiore regionale Etnografico) e dalla casa editrice Ilisso è un omaggio all’incommensurabile amore, fermamente ricambiato, di Max Leopold Wagner per la Sardegna e l’occasione di valutare il suo fondo fotografico finora mai pubblicato interamente. La mostra è supportata da un catalogo che contiene una selezione più ampia di immagini e i testi di Felice Tiragallo e Salvatore Novellu.

La mostra è una ricerca per gradi suddivisa in quattro temi narrativi: La donna sarda e il lavoro, L’uomo sardo e il lavoro, la Vita quotidiana in Sardegna e Villaggi e città della Sardegna. Il risultato è un racconto che va al di là della semplice registrazione documentaria o del supporto didascalico di altre discipline, come fu, ad esempio, per il reportage dell’archeologo Thomas Ashby. Il lavoro di Wagner, visto finalmente nella sua interezza e attentamente restaurato, è un preciso ritratto storico e sociale della Sardegna dell’epoca. Spicca rispetto ad altri lavori coevi, tecnicamente più accurati, ma troppo spesso indirizzati verso una visione folkloristica e precede di molti anni il lavoro di altri fotografi documentaristi, uno per tutti Ugo Pellis.

Soprattutto le prime tre sezioni mostrano una modernità di taglio inusuale per un “dilettante” e una straordinaria profondità di indagine sociale quando l’autore rivolge il suo obiettivo verso i falciatori di grano, verso i pescatori dello stagno o verso i piccoli Piccioccus de crobi, esempio tipicamente cagliaritano della miseria in cui versavano ampi strati della popolazione. Wagner entra in punta di piedi dentro le case mostrando piccoli mondi di oggetti e di gesti che raccontano di una società dove la povertà è portata con dignitosa fierezza.

Il viaggio fotografico di Max Leopold Wagner in Sardegna, al netto di qualche comprensibile sbavatura tecnica dovuta allo strumento utilizzato (un’ingombrante macchina 9×12 a lastre montata su cavalletto) e ai veicoli inadatti al trasporto di un’attrezzatura così impegnativa, ci mostra uno studioso che non si è limitato ad “ascoltare” ma che ha saputo “vedere” oltre lo stereotipo e il luogo comune, i connotati di una società arcaica che aveva saputo mantenere i tratti di una purezza e di un’ospitalità lontane dai facili cliché delinquenziali con cui veniva etichettata al tempo l’intera regione.

La mostra sarà visitabile sino al 29 settembre.

Enrico Pinna

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