Mezzanotte a Laconi

    di Francesca Manca di Villahermosa. Isole minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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    Palazzo-Aymerich-Laconi
    Palazzo Aymerich, Laconi.

    Nell’estate del 1977 andammo in vacanza in Sardegna.

    Partimmo in otto su una giardinetta Fiat 131 Mirafiori rossa: i genitori e quattro dei sei figli sui sedili, le due marmocchie più piccole nel porta bagagli, le valigie sul portapacchi. Non andammo al mare ma a Laconi, un paese incastrato tra Marmilla, Sarcidano e Barbagia, aggrappato ad un costone calcareo prossimo ai tacchi d’Ogliastra, non abbastanza in alto da essere montagna, non abbastanza in basso da essere pianura, raggiungibile solo attraverso strade tortuose; una terra di mezzo con un bosco e un castello incantati, allineamenti menhir ancora ignorati, cascate d’acqua in prossimità di frutteti e campi brulli.

    Soggiornammo all’ultimo piano del Palazzo Aymerich, di fronte al Municipio; l’appartamento in quel periodo era utilizzato da mia nonna e dal fratello maggiore di mio padre che amministrava le terre di famiglia; agli altri piani del palazzo risiedevano una serie di zie anziane che durante le vacanze ospitavano tanti altri parenti, come già successo in tempo di guerra. In quei giorni si festeggiava Sant’Ignazio; dalla finestra della camera dove dormivo, provenivano la musica dei balli sardi e il profumo del torrone appena fatto, e si vedevano i campi scoscesi che rotolavano sino all’altipiano della Giara in tutte le gradazioni del giallo; fu bello finché fu vacanza, finché i nostri genitori non ci annunciarono la decisione di rimanere per sempre. Addio Roma.

    Ci trasferimmo in una villetta in affitto in cima a una collina, all’uscita del paese, lungo la strada statale che porta a Meana Sardo, una bizzarra casa rotonda dipinta di giallo; per sedare le mie rimostranze di figlia maggiore adolescente deportata, mi fu destinata la stanza più grande, in esclusiva; fuori dalla finestra incorniciata da edera e tele di ragno, si apriva un panorama così ampio, che dovevo regolare gli occhi in modalità infinito per mettere a fuoco l’orizzonte ma, ben lungi dal consolarmi, quella meraviglia mi atterriva; sapevo che oltre lo sguardo, in qualsiasi direzione mi voltassi ero inesorabilmente circondata dal mare; inutile scappare, anche volendolo; allora, davanti alla finestra, mi sedevo a suonare la chitarra e a contemplare l’immenso con occhi lucidi, per ore e ore.

    Cominciò la scuola e le nuove amicizie; il liceo scientifico di Isili si trovava a venti chilometri di distanza; ogni mattina alle sette e mezzo, la corriera passava davanti casa, ma caricava gli studenti solo in piazza del Municipio; per quattro anni ho corso in discesa come la gazzella delle barzellette per riuscire a raggiungerla; ce l’ho quasi sempre fatta. Mentre noi figli studiavamo, i nostri genitori si davano da fare per diventare agricoltori e allevatori; mamma, sfrecciava in paese sul trattore, imparava con papà a fare il formaggio e a gestire la tenuta, scopriva pietre menhir istoriate nei campi da arare, studiava archeologia e linguistica, creava associazioni e polisportive; provò persino a pungere un maialino, ma era più adatta a dare la vita e questo proprio non le riuscì; ebbe invece successo nel salvare dalle ruspe alcune case medioevali facendosi scudo umano insieme ad altre coraggiose signore; in un periodo in cui molte donne a Laconi uscivano solo per andare in chiesa o al mercato, qualcuno la soprannominò la Rivoluzione Russa, anche perché russa lo era davvero, per metà.

    D’estate, finita la scuola, i nostri genitori, già oberati dalle spese per l’azienda, avevano ideato un sistema geniale per abbreviare le costose vacanze: bisognava guadagnarsele; a giugno vigeva una specie di purgatorio dal quale si usciva solo dopo qualche settimana di lavori pesanti; con i miei due fratelli maschi, poco più piccoli di me, andammo a spietrare i campi, a raccogliere le balle di foraggio e imbiancammo casa; la cosa si rivelò molto più divertente del previsto tanto che, già dalla seconda stagione, vennero assoldati alcuni amici continentali; di giorno si lavorava dissetandosi con casse di Ichnusa e dopo cena si andava a prendere il fresco e a suonare la chitarra giù in paese dove ci aspettava un gruppo di ragazzi e ragazze, alcuni arrivati in vacanza da Cagliari a trovare i parenti; ovviamente mamma, anche per motivi di responsabilità verso i nostri giovani ospiti, alle ventitré imponeva il coprifuoco. Una torrida notte qualcuno propose di andare a rinfrescarci al Parco Aymerich, chiuso a quell’ora e ben custodito; come ladri scavalcammo da una breccia laterale l’alto muro a secco e ci dirigemmo verso il Castello diroccato; tra racconti horror di fantasmi, canti e scherzi, qualcuno ebbe la malaugurata idea di accendere un fuocherello; nell’indignazione collettiva venne rapidamente spento ma attirò comunque l’attenzione del custode che arrivò sbraitando con un cagnaccio al seguito; nel fuggi fuggi generale ci sparpagliammo gridando e saltando, fino a trovare la via di fuga; nel parapiglia sforammo malamente l’orario del coprifuoco, ma l’allegria era tale che tutto il gruppo volle riaccompagnarci a casa; giunti alla salitina che dalla strada principale portava al cancello del giardino, ci apparve mamma, non più rivoluzione russa ma Giovanna d’Arco, scarmigliata, in un camicione da notte bianco, l’aria furibonda: – è mezzanotte!- urlò; io senza pensarci, ancora ilare risposi: – le corde si son rotte!- e fu così che, arrivata a tiro, mi beccai uno dei pochi, sonori ceffoni della mia vita.

    Francesca Manca di Villahermosa

    È nata a Roma nel 1962. Ha vissuto a Laconi, Parigi e altri posti prima di Cagliari. Sarebbe voluta diventare pittrice, scrittrice, musicista, architetta, santona indiana, filosofa, maestra di sci. È diventata modella, consulente per una casa d’aste, è ancora una casalinga volante. Crede di essere artista e fotografa, avendo partecipato a qualche mostra e collaborazione artistica a Roma, Torino, Cagliari, Porto Cervo e Parma. In divenire.

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