Mia nonna mi diceva: “Tui ses stettia sempre comunista. De pitticchedda”

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C’è nella strada che da casa mi porta alla stazione quella che fu una sezione del Pci, l’ultima del mio paese, chiusa, abbandonata, da decenni. Si affaccia sulla strada principale con una vecchia finestra color crema e una porta marrone, scrostata, che sull’anta sinistra – come un cuore vecchio, testardo e resistente – mostra una bandiera rossa sbucciata, che né il tempo né le unghie più ostinate sono riuscite a grattare via. La struttura è incorniciata da un’edera che d’autunno, quando diventa verde, la copre quasi per intero, nascondendo il cuore rosso e rivelatore. In primavera, quando le foglie non ci sono, diventa scura e tetra. Paurosa, come i tempi che corrono.

Cresciuta a pane, amore e centralismo democratico, è questo uno dei posti che amo di più, uno di quelli che mi piace guardare, che ho fotografato decine e decine di volte, quello che fa riaffiorare sapori, odori e sensazioni che credevo sepolti nel mio io bambino. Sono nata da militanti comunisti. Sono stata, a mia volta, una bambina comunista: recitavo le poesie in piedi sulla scrivania di mio babbo in FILLEA, cantavo Bandiera Rossa, Bella Ciao, Morti di Reggio Emilia, andavo in sezione e poi in federazione. Ho ancora impigliato sul naso l’odore de lissa arrustia delle feste de L’Unità e il sapore amaro dell’acqua tonica che i grandi, spesso, bevevano immersi nelle chiacchiere. Mia nonna spesso dice, quasi sconsolata: «Tui ses stettia sempre Comunista. De pitticchedda»

È così, che ieri, mentre camminavo sotto un cielo ancora scuro e molto poco primaverile, quando per l’ennesima volta mi fermavo col telefono in mano per immortalarla che mi sono ricordata di quella volta che mio babbo era candidato alle elezioni provinciali e mia madre lo aiutava nella campagna elettorale porta per porta, casa per casa e allungando un fac-simile a un’anziana signora si sentì chiedere:
«E chi n’est custu?»
«Su fillu de Titina Anedda»
«Su strupiau?»
«Nou, ka no est strupiau…»
«Eja, ka est strupiau»
«Nossi, est pobiddu miu!»
«Est su comunista?»
«Eja, cussu!»
«E prus strupiau de aicci d’ois?»

Mia madre era andata via, un po’ offesa e un po’ divertita e mio babbo, alla fine, non era stato eletto. La porta della sezione era ancora aperta, l’adesivo non c’era o, se c’era, non era scrostato. Nemmeno l’edera c’era o, se c’era, era verde e vivida. E così, a guardarlo bene questo posto abbandonato, fatto ormai di colori scuri e tristi, con una falce e un martello scrostati, ma pur sempre appiccicati nel cuore, mi sembra una metafora perfetta delle mie nostalgie politiche.

Michela Calledda

 

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