Sono nato e cresciuto in quel vecchio paesino che sorge all’ombra del monte Lachesos, i cui piedi hanno visto il susseguirsi di epoche, culture e capovolgimenti storici dall’alba dei tempi sino ad oggi. Tra gli angoli dell’abitato e i suggestivi scorci dell’agro, tra dolmen, nuraghi e chiese campestri, un occhio po’ attento riconosce le tracce dello scorrere del tempo, segnato da culture e dominazioni che hanno plasmato in qualche modo l’identità dei moresi di oggi.
Ma la storia del mio paese è anche quella intangibile, quella non scritta, fatta di tradizioni, racconti e leggende che di generazione in generazione gli abitanti si tramandano. Mores per me è questo: un frammento di “storia piccola” che compone il grande oceano della “storia grande”, quella scritta sui libri, fatta di vinti e di vincitori.
Pur non essendo questa parte del mondo in grado di offrire chissà cosa a un ragazzo del terzo millennio come me, mi son sentito tuttavia un po’ privilegiato ad esserci nato. Sono uno de sa zona ‘etza, la parte storica del paese in cui il tempo scorre un po’ più lento. Dalla mia vecchia casa d’infanzia de sa Carrela ‘e su Monte si vedeva perfettamente il campanile, un po’ il simbolo del paese che, con i suoi rintocchi, decideva quando farci uscire a giocare e quando farci rientrare a casa.
Giocavamo in quelle stradine solcate dai segni degli zoccoli dei numerosi cavalli che per mesi tastavano il terreno in preparazione della consueta e sentita sfilata di Todorache. La domenica, insaporita da tericas, papassinos, anicinos e copuletas, aveva un sapore più dolce rispetto agli altri giorni. Con le ginocchia sbucciate, guardavamo con curiosità e riverenza Sos Cunfrades de Santa Rughe che, con i loro solenni abiti rossi, assistevano alle celebrazioni intonando sos ninnidos.
Ho sempre percepito quella zona come il cuore pulsante della nostra identità: in quelle vie, dal rione Contra a Santa Rughe, passando per Funtana ‘Etza, sopravvivevano usanze e costumi, il sardo logudorese più autentico e quella storia non scritta ma impressa nella memoria. Un tesoro vero e proprio, un mosaico fatto di tessere che provengono da epoche lontane fra loro.
L’infanzia nella zona vecchia, per me e i miei amici di allora, è stata un percorso tra passato e futuro: un sogno ad occhi aperti in cui la vita scorreva leggera verso il futuro, mentre gli anziani, ultimi depositari di quel sapere antico, ci sussurravano nelle orecchie tutto quel patrimonio, dandocelo in eredità e passandoci il testimone. Mi ritengo privilegiato proprio per questo motivo: tra le mani mi ritrovo questa pesante eredità e con essa la responsabilità di tenerla viva divulgandola e di tramandarla a mia volta.
Io e quelli della mia generazione siamo gli ultimi eredi di tutto ciò. Gli ultimi ad aver visto certe tradizioni ancora vive, gli ultimi a parlare il sardo sin da piccoli e gli ultimi ad aver passato intere giornate a sentire sos contos de foghile che custodiscono una consistente parte del nostro patrimonio culturale. Ma siamo anche quelli nati durante la crisi demografica e cresciuti nelle catastrofi economiche del nostro tempo, che ci hanno costretto alla diaspora in giro per l’Europa e per il mondo.
Ho sempre vissuto questo fenomeno con sentimenti contrapposti: da un lato l’entusiasmo di una Mores nel mondo che vuole crescere, dall’altro il presentimento che dell’identità del mio paese rimarrà ben poco.
Man mano che passano gli anni, il paese è sempre più vuoto, molte cose si son perse e il battito della zona vecchia è sempre più flebile. Ci son meno bambini a cui passare il testimone e molti di quelli che possono passarlo non ci sono più. Sono fuori, tra chi cerca fortuna e chi l’ha già trovata, consapevoli che forse, guardando al paese con nostalgia, non torneranno mai più se non per qualche giorno in estate. Una cosa è vera: per ogni ragazzo che se ne va, va via un potenziale testimone.
Ma allora cosa resterà di tutto ciò? La storia non si può prevedere, ma di certo si può scrivere, preservare e divulgare ed oggi, a differenza del passato, abbiamo mezzi più potenti e l’istruzione giusta per poterlo fare. L’importante eredità che ci è stata concessa deve farci capire che il futuro del nostro borgo e della sua identità non va visto con pessimismo e rassegnazione, ma con lucidità e consapevolezza del presente.
Siamo una generazione di girovaghi che, bazzicando qua e là, ha capito che questo patrimonio intangibile è una vera e propria unique value proposition. Un asset potente e complesso la cui preservazione oggi può innescare una nuova renaissance dei piccoli centri e curare quel cuore malato il cui battito rischia di cessare. Alla luce di ciò, sorge quindi spontanea una domanda: vale la pena lasciarlo morire senza tramandarlo a chi verrà domani? “Est unu pecadu!” dicevano i più grandi, e forse ci avevano visto lungo. Personalmente, credo che per noi ragazzi del terzo millennio valga la pena sforzarsi per tutto ciò. È nostra responsabilità.
Ettore Farris, classe 1990, è un appassionato di cultura popolare, lingua sarda e storia locale. E’ co-fondatore del Museo Casa Calvia di Mores e dell’Associazione Culturale Litteras Antigas che, ponendosi come anello di congiunzione tra le vecchie e le nuove generazioni, ha come obiettivo la salvaguardia della cultura e dell’identità del territorio.









