Mussolini a La Maddalena tra i fantasmi di Villa Webber

di Gianmichele Lisai. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis

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Una vecchia cartolina della Maddalena coni Villa Webber, prigione di Benito Mussolini nel 1943

Mentre varcava il cancello di villa Webber, don Salvatore ripensava ai precedenti incontri avuti col prigioniero, a esclamazioni improvvise come: «la palla di Napoleone!», «i candelabri di Nelson!», «la cazzuola di Garibaldi!».

Fin dall’inizio, il Duce aveva preteso che il parroco assaggiasse per primo tutte le pietanze. Messo un tempo ragionevole dopo ogni deglutizione, il prete lo aveva rassicurato: «Lo vede? Sono ancora vivo». La missione pastorale era stata un successo, e Mussolini, dopo 48 ore di digiuno, aveva consumato il suo primo pasto. Posata la forchetta, si era alzato dalla sedia avvicinandosi a una delle finestre: «James Webber!», aveva gridato, «caso strano, fra tutte le località del mondo dove avrebbe potuto stabilirsi, ha scelto proprio l’isola più arida e solitaria tra tutte quelle che circondano al nord la Sardegna. Intelligence service?».

Don Salvatore non sapeva proprio tutto dell’uomo che aveva costruito la villa divenuta prigione di lusso, ma sapeva che quella terra arida era stata eletta a paradiso da un grande proprietario terriero. Aveva lasciato cadere il discorso.

L’isola, nei due secoli precedenti, aveva vissuto il passaggio di grandi personaggi storici. Mussolini, che tale si sentiva, voleva sapere tutto della loro permanenza.
Napoleone, da giovane ufficiale, era giunto nel 1793, capo d’artiglieria durante il disastroso tentativo francese di conquista della Sardegna.

«Che magnifica resistenza!», aveva commentato il Duce, «che grande combattente, Domenico Millelire». Quel maddalenino della Regia Marina Sarda passato alla Storia come prima medaglia d’oro al valor militare, proprio per l’epica vittoria contro i francesi.

«Reverendo, mi dica qualcosa sulla palla di Napoleone».

«È stato un miracolo di Maria Maddalena: quando i cannoni di Napoleone iniziarono il bombardamento, una palla sfondò il tetto della chiesa, senza fare alcun altro danno, né vittime».

Horatio Nelson, invece, tra il 1803 e il 1804 aveva tenuto la sua flotta per più di un anno tra Palau e La Maddalena, mettendo ancora sotto scacco i francesi nel porto di Tolone. Prima di lasciare l’arcipelago, aveva donato i suoi candelabri alla parrocchia, per ringraziare la popolazione locale dell’ospitalità ricevuta. In particolar modo, dicono le cronache scandalistiche della Storia, le donne che si avvicendavano sulla sua nave per tenergli compagnia, tra una lettera d’amore e l’altra scritta dall’ammiraglio, con grande trasporto, per la moglie lontana.

«Trafalgar! Che ammiraglio! Che dono immenso, l’onore dei suoi candelabri».

Ma l’esaltazione del dittatore toccava l’apice quando si citava lui, il barbuto eremita zoppo di Caprera, il simbolo dell’Unità d’Italia, e varcato il cancello, don Salvatore ripensò in particolare all’aneddoto che aveva raccontato il giorno prima sulla cazzuola di Garibaldi. La curiosità di Mussolini su ogni dettaglio della vita dell’eroe era sfociata in episodi inaspettati. Come il Duce che trebbia il grano nell’Agro Pontino, Garibaldi, facendo propaganda verso il nulla, si mostrava quale grande lavoratore ai muratori impiegati nella costruzione della sua casa bianca a Caprera. Armato di cazzuola, metteva bocca e mani in faccende edili di cui non aveva alcuna competenza. Il prete aveva raccontato la cronaca paesana riferendo che il capomastro, esasperato, a un certo punto aveva ristabilito le gerarchie con la frase seguente: «In sede mia, generale, adoperare la cazzuola non è affar vostro».

«Che insolenza!», aveva gridato il Duce. Della stessa insolenza, nel suo delirio paranoico che lo portava a vedere ovunque agenti dei servizi segreti e cibi avvelenati, doveva sentirsi vittima lui stesso: «Un anno fa visitai La Maddalena fra l’entusiasmo della popolazione. Oggi vi arrivo clandestinamente».

Il precedente incontro tra il prigioniero e il sacerdote, quello del 27 agosto 1943, era stato l’ultimo, ma don Salvatore questo non poteva saperlo, mentre attraversava il parco della villa: Mussolini era stato portato via, in tutta fretta, durante la notte, per il sospetto che i tedeschi, individuato il luogo di detenzione, stessero preparando un piano di evasione. Forse proprio perché già informato del suo trasferimento, il Duce aveva deciso di aprirsi con il prete: «Deve sapere, nel segreto della confessione, che a Caprera la salma di Garibaldi non c’è!»

Questa diceria non era nuova a don Salvatore: «Ne ho sentito parlare. Si racconta che alcuni devotissimi al generale, per rispettarne la volontà, abbiano bruciato il corpo».

«Ciò che lei afferma è falso! Quando visitai Caprera e il cimitero di famiglia, mandato via il picchetto di guardia alla tomba, diedi ordine ai miei uomini di aprire il nobile sepolcro. Vidi la salma, la volli, la presi, e la conservai dentro una teca, custodita con tutti i miei tesori nel caveau della Banca d’Italia».

Don Salvatore, a quella rivelazione, aveva alzato il braccio per il segno della croce: «Ego te…»

«Non mi assolva reverendo, perché non ho peccato!».

Gianmichele Lisai

Nato a Ozieri nel 1981, è cresciuto sull’isola di La Maddalena. Ha lavorato in varie case editrici, scritto per antologie e riviste e curato, con Gianluca Morozzi, la raccolta di racconti Suicidi falliti per motivi ridicoli. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 cose da fare in Sardegna almeno una volta nella vita, 101 storie sulla Sardegna che non ti hanno mai raccontato, Sardegna giallo e nera, Sardegna esoterica, I delitti della Sardegna, Misteri e storie insolite della Sardegna, Forse non tutti sanno che in Sardegna…, Proverbi e modi di dire della Sardegna e, scritto con Antonio Maccioni, Il giro della Sardegna in 501 luoghi. Per  La Nuova Sardegna ha curato la collana in dodici volumi I tesori nascosti di Sardegna.

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