Nei vicoli di Desulo

di Mariano Casula. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Desulo, un vicolo.

Desulo è il mio paese. Lo sento tale anche se ormai non ci vivo stabilmente da quando ero bambino, e nonostante ci torni sempre più raramente, per periodi sempre più limitati. Lo sento come il mio paese, come accade ai desulesi figli della diaspora che li ha portati ad allontanarsi dal paese verso altre zone dell’isola o del continente.

Soprattutto nell’ultimo decennio mi capita spesso di notare quanto il paese sia cambiato. Il cambiamento non riguarda l’aspetto urbanistico del paese, che è pressoché rimasto immutato. Riguarda più le assenze che si colgono passeggiando lungo le sue strade, nei vicinati, nei diversi rioni. Il progressivo spopolamento, come in tanti altri centri dell’interno della Sardegna, ha lasciato un segno profondo anche a Desulo.

Lo noto soprattutto in alcuni scorci, in quelle vie che per me sono Desulo, ma Desulo così come era venti o trent’anni fa.

C’è una via in particolare che ancora oggi mi porta a quei ricordi: Via Fratelli Floris. Quella via la percorrevo ogni giorno, prima da bambino per andare alla scuola elementare di Croniaseli; poi, da ragazzino, per andare, sempre quotidianamente e anche per più volte al giorno, da Arcua verso Praccia Manna, dove confluivano gran parte dei ragazzini del rione di Issirìa.

Percorrendo quella lunga stradina che taglia longitudinalmente in due Issirìa, si sentiva ancora nei primi anni ’90 la vita della Desulo che oggi quasi non c’è più. Quella dei pastori transumanti, ad esempio, la cui presenza coglievi dagli odori del formaggio che fuoriuscivano dalle minuscole finestre delle cantine affacciate sulla via, dove il formaggio veniva custodito per la stagionatura.

Su quella strada, o su quelle adiacenti, la presenza umana si manifestava nei bisbigli degli anziani affacciati alle finestre o sugli usci delle case. Stavano accomodati su bassi gradini, o su sedie poggiate lungo il dislivello stradale; a pensarci oggi, stento a capire come potessero trovare il giusto equilibrio e sentirsi a proprio agio in quella posizione.

Di quella e delle altre strade del centro storico, ricordo anche la scarsa luce. Non erano mai luminose, neppure nelle ore più soleggiate dell’estate. Sono viottoli che si rincorrono in modo tortuoso, tra le vecchie case in scisto scuro; alcune già allora disabitate e decadenti, con le vecchie tegole malamente sporgenti dai tetti, talmente vicine che quasi si toccavano l’una con l’altra.

Quelle stradine si riempivano di luce solo in corrispondenza dell’incrocio con altre simili vie che, in forte pendenza, scendevano verso la parte più bassa del rione, verso Frùmene. Quando arrivavi in prossimità di questi incroci e giravi lo sguardo verso la montagna, questa appariva come un’ insormontabile muraglia colorata dal verde smeraldo dei castagni, che dal fiume si inerpicano in alto, verso Punta ‘e Norcià.

Lungo quella via e in quelle strettamente adiacenti, bastava fare pochi passi per ritrovarsi di fronte il piccolo laboratorio di un falegname, l’officina di un fabbro e almeno tre o quattro piccole botteghe di alimentari. Per entrare in alcune di queste botteghe occorreva prima chiamare l’esercente nella propria abitazione, adiacente al negozio. Spesso occorreva attendere qualche minuto, se il negoziante aveva qualche faccenda domestica da sbrigare; quindi poteva servirti.

In quella strada già da tempo gran parte delle abitazioni sono disabitate; non ci sono più né il falegname, né il fabbro e delle botteghe di alimentari ne è rimasta una sola, alla fine della via. In estate si possono ancora incontrare alcuni pastori transumanti, ormai gli ultimi dell’intero paese.

Quasi ogni anno ripercorro quella stradina per cercare di trovare qualcosa che mi riporti al tempo della mia infanzia. Ma devo lavorare di fantasia, fare ricorso ai ricordi, per trovare solo una parte di quelle sensazioni che all’epoca avevo la fortuna di poter assaporare quotidianamente.

Rimangono in me sentimenti contrastanti: da un lato la malinconia, il rammarico di constatare che forse si sarebbe potuto fare qualcosa in più per cercare di rallentare un declino troppo rapido e preservare un patrimonio di bellezza che ormai scompare di giorno in giorno. Ma dall’altro lato rimane il piacere dato dal rendermi conto di quanto sia stato comunque bello vivere l’infanzia in quei luoghi.

 

Mariano Casula è un ingegnere ambientale di 46 anni, funzionario regionale. Ha vissuto a Desulo per 11 anni, poi a Quartu per 32 e si è infine stabilito a Siliqua. Nonostante la lontananza mantiene sempre intatto il suo attaccamento al paese d’origine.

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