Nelle vene di Sassari

di Benedetta Sanna. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Sassari, vicoli come vene.

Sono stretti i vicoli del centro storico sassarese. Così stretti che a passarci dentro il corpo non ha spazio, spesso i polmoni si ritrovano a dover convivere sempre più vicini al cuore, manca l’aria e rallenta il battito. Sono molto stretti, quei vicoli, come fossero vene. Vene pisane, genovesi, aragonesi. E sono strette anche le altre strade della città, che nonostante agli occhi appaiano più larghe, portano poca ossigenazione di sangue e fantasia.

Sono vene queste vie, e il centro storico è una grande isola dove le lunghe strade di ciottolato avvolte dall’odore di bucato appena steso vengono calpestate dal continuo mutare del mondo. Isola del presente, paesaggio silenzioso in continua trasformazione, groviglio dalla mappa che si può leggere in occhi e zigomi e passi trascinati. Nostra signora dei vicoli, sono strette le tue vie, così strette che da ragazza sognavo distese di terre nuove che mi aspettavano al di là del mare.

Quando eravamo piccoli tu sembravi più grande, ci salvava la musica e ci salvava spesso, le piazze erano diverse perché ancora accoglievano l’incontro su gradinate e panchine, e c’erano i cinema a Sassari. Sapevamo bene che la “roba” esisteva, arrogante e insidiosa, e per molti c’era solo lei che accompagnava notti di tristezze profondissime e abissali. Ma forse non sembrava riguardarci.

Quella tristezza di Sassari non era un nostro affare, noi volevamo essere giovani e felici, volevamo crescere con dentro qualcosa di diverso da questa rugosa città che di anno in anno si incurvava, appesantita dalla sua stessa gobba. Poi quando l’abbiamo vista in volti giovani come i nostri, volti cresciuti insieme a noi sopra i muretti, allora le abbiamo sentite più vicine, la roba e la tristezza, e ne avevamo paura. Temevamo la tristezza come si teme la verità, come si teme tutto ciò che misura l’onestà dell’esistente e traccia senza mentire le linee di ciò che siamo o non siamo più.

La cronaca non sarà certo d’accordo con me, che amo l’onesto, mentre lei ama lo schiamazzo e il clamore e ha bisogno di urlare – Attenzione! Attenzione! Abbiate paura, ma non abbiate curiosità! – senza mai domandarsi Il centro storico è uno dei pochi luoghi sinceri di questa città, lo sa signor sindaco? Isola abbandonata, isola con sempre un dito puntato contro, eppure l’unica che si salva dalla logora abitudine del “pettinarsi”, e cioè da quel vizio tipicamente sassarese dello sfoggio di uno splendore decadente che si può ammirare nella piazze ristrutturate e nelle vie del consuma-compra-crepa.

Che angoscia questo tuo brillare, Sassari mia, questo non voler guardare negli occhi la disperazione, il crescere della disoccupazione giovanile, e quei i salti da un ponte, il Rosello, che non diminuiscono mai. Per te qualcuno progetta la riqualificazione, qualcun altro discute di sicurezza, ma che dolore non usare parole nuove. Che pena il non sapersi alzare dai tavoli dei bar per camminare in questo tuo specchio di vie, nostra signora dei vicoli come vene. Continuano a puntarti il dito contro, accusandoti e chiedendo “ordine” e abbandonandoti ogni giorno, ma nessuno sofferma lo sguardo sulla tua sofferenza, nessuno ti parla, nessuno immagina nuovi spazi per l’incontro, e facilmente la parola “comunità” viene sostituita da “identità”.

Eccomi allora, io ogni volta che ritorno mi lascio scorrere tra le tue vene e il tuo dolore, perché camminarti è come fluire nel tuo sangue. Cammino molto, ogni volta che ritorno da te.

Mi piace percorrerti, su quella linea di passi veloci che mi porta dalla casa di mio padre e mia madre fino a Porta Sant’Antonio, davanti alla colonna nella quale Eugenio Tavolara scolpì e racchiuse la città intera. Il primo luogo che mi piace osservare è questo, quasi una frontiera, lo snodo della vecchia cinta muraria, e mi fermo proprio in una via stretta stretta,“Ishrinta di la Muraglia”, tra le tue antichissime mura. Solitamente poi salgo verso il “Patiu di Santu Purinaru”, dove giocano i pitzinni, davanti alla chiesa di Sant’Apollinare.

Giocano la strada questi bambini, la giocano e la inventano. I più alti danzano tra un pallone e reti immaginarie, mentre il più piccolo gioca con un mattone in mano e scalfisce con colpi decisi una vecchia panchina della piazza. Sono loro l’origine del suono che domina le vie intorno, sono loro le voci di queste strade. C’è qualcun altro che litiga, lo sento tra le sigle di telegiornali e le finestre socchiuse e basse delle case, io che guardo e origlio come fossi una piccola mosca, e provo a infilarmi nelle giornate di persone che non mi vedono e non vedrò mai. Mi sembra l’unico modo per conoscerti, nostra signora dei vicoli.

Camminare è pensare, e mi piace camminarti per ore e ascoltarti, pensandoti e sapendo di essere insolita ed estranea. E ingombrante proseguo, sentendo i miei piedi pesanti per le tue vene stanche e lunghe, dove ogni angolo meriterebbe una vita intera per essere compreso.

La musica ci salvava spesso, Sassari mia, e continua a farlo e a salvare un po’ anche te. C’è una piccola fiammella resistente, tra i tuoi gironi infernali. Tra questi vicoli così stretti, dove polmoni e cuore e vene si schiacciano tra loro, io sento il respiro affannato di chi resta con te. E io li guardo, i combattenti della città, stare in piedi coraggiosi nel difendere un’idea libera, queste vecchie mura e questo centro storico che così onesto sopravvive. Ti lascio ancora, nostra signora dei vicoli, e vado via con in testa la rima di chi ti canta e ti rianima, nonostante il fastidio di vederti così sola.

Eu v’aggiu in cara una ziddai di disiperu, la tengu cara puru si tengu l’inferru” (dal brano “Ziddai di Disiperu”, prod. Futta feat Shine, Collane e Coltelli).

 

Benedetta Sanna nasce trent’anni fa a Sassari, ma per metà la sua storia è intimamente legata al Goceano. Da quasi dieci vive a Roma, dove ha scelto la scrittura della luce e l’immagine per dare un senso al mondo che osserva, provando a sviluppare la sua personale forma di poesia visiva. Lavora come videomaker e fotografa, collabora con diverse Organizzazioni Non Governative e associazioni, attive in Italia e all’estero, soprattutto sui temi delle migrazioni e dei diritti umani.

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