Noi, i bambini di Calamosca e i nostri giochi tra divise e carri armati

di Francesca Mulas. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis

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Cagliari, la strada per Calamosca

“Abbiamo le arance mele pere mandarini carote sedani finocchi bbbelliiiiiiiiiiiiiiiii”.

L’annuncio di signor Paolo amplificato dal megafono arrivava di solito, salvo quando soffiava il maestrale, pochi secondi prima che dalla salita si iniziasse a scorgere la sua apixedda verde scassata. E allora, mentre la moto con un ultimo sprint entrava nel piazzale, le donne e gli uomini di viale Calamosca acchiappavano buste e borsellini e iniziavano la calata verso il viale. Il cassone dell’ape era carico di ogni ben di dio: arance, mele, pere, mandarini e tutto il resto ma anche uova, pomodori secchi, olive. Un piccolo mercato mobile dell’ortofrutta che ogni mattina raggiungeva le più sperdute comunità della periferia cagliaritana.

Rientrava in quel giro anche Calamosca, a un passo dalla città ma decisamente fuori per tanti motivi. In primis, l’attitudine. Quelli di Calamosca non erano quelli di Sant’Elia e non erano quelli di San Bartolomeo: gente diversa, mestieri diversi, età diverse. Poi c’era il fattore ambientale, immersi come eravamo in mezzo al verde e a due passi due dalla spiaggia e dal mare, lontanissimi da uffici, negozi e servizi vari, non in campagna ma neanche in città. E poi per la posizione sociale: quelli di Calamosca erano militari, figli di militari, mogli di militari. Colonnello Sanna, Sottotenente Falchi, Maresciallo Fiori, Tenente Ruggiu erano i dipendenti della Marina e dell’Esercito a cui erano destinate le case delle palazzine costruite nel viale nel secondo dopoguerra, e insieme alle case anche piccoli orti recintati. A loro e alle loro famiglie, ovviamente, per cui quel piccolo avamposto di abitazioni sparse si era popolato in poco tempo di un centinaio di abitanti, forse duecento. Ed essendo quei militari di età diverse, varie erano le generazioni che lo abitavano, dagli anziani agli adulti fino a noi bambini.

Un paradiso, Calamosca, per noi: traffico zero, tanto verde, il mare vicinissimo. Avevamo una libertà di movimento incredibile, che i ragazzini dei quartieri in centro se la sognavano: d’estate scendevamo subito dopo colazione e stavamo fuori finché nonna non si affacciava alla finestra e gridava che il pranzo era pronto. Nel pomeriggio idem fino a cena. Arrivavamo fino al mare, o andavamo a casa di qualcuno, o salivamo in montagna. Non era, ovviamente, una montagna, ma un piccolo colle che non arriva a cento metri ricoperto di arbusti e resti di fortini militari costruiti per la guerra. Non ci era voluto molto perché nell’immaginario nostro fosse la montagna con il castello, e nessuna mamma si era mai azzardata a dirci che non c’erano stati né re e neanche principesse, lassù.

Nessuno, a Calamosca, aveva voglia di raccontare che quelle rovine erano i testimoni lugubri di un guerra che aveva scaricato una devastante pioggia di bombe anche su Cagliari. Non erano le uniche testimonianze, quelle, ma erano le uniche inutilizzate: quasi tutta la nostra montagna era recintata da una rete di filo spinato con i cartelli gialli “zona militare, limite invalicabile”, ed era disseminata di caserme, la caserma dell’Esercito, la caserma della Marina, la base “Ederle” dove i ragazzini arrivati da tutta la Sardegna facevano le visite di leva. Normale, per noi: faceva parte del paesaggio. E spesso ci entravamo pure: bastava che qualche bambino della famiglia del colonnello Mura o del sottotenente Usai o del maresciallo Pistis o di qualsiasi altro che viveva lì dentro ci invitasse a casa, e oltrepassato il cancello sorvegliato con scritto “Alt! Farsi riconoscere” eravamo catapultati in quel mondo blindatissimo e segreto.

Strano adesso pensare alle guardie all’ingresso che chiedevano “chi và là!” con tono autoritario e noi rispondevamo coi nostri nomi, Francesca, Lucia, Samuele, Matteo e loro aprivano con la delusione di trovarsi davanti bambini innocui e non altri militari. Strano oggi pensare ai giochi infantili là dentro, circondati da soldati armati che andavano e venivano, facevano marce, esercizi, rispondevano all’appello, suonavano la sveglia e la ritirata con la tromba.

Un’infanzia circondata da divise, mostrine, stivali e fucili, la nostra, scandita comunque da ritmi quotidiani comuni a quelli di tutti gli altri della nostra età, la scuola, i compiti, i giochi e il catechismo. Con la differenza che giocavamo a pincaro o nascondino o a reginella reginella in mezzo a cancelli e filo spinato e per noi era normale vedere le camionette verdi, le truppe che marciavano, persino carri armati che si spostavano da una caserma all’altra.

Normale ma decisamente insolito per gli altri, considerato che non eravamo in mezzo a nessuna guerra e non c’era alcun pericolo di assalto armato imminente, almeno per quello che sapevamo noi. E allora come mai tutti quei muri e quelle reti, quei fucili e quegli addestramenti? Non ci facevamo troppe domande, noi bambini di Calamosca. Ci interessava solo andare, muoverci, esplorare la montagna con il castello, vivere di avventure e sognare di re e principesse.

Francesca Mulas

Nata a Cagliari nel 1976, laureata in Lettere classiche a Cagliari, specializzata in archeologia. Archivista, bibliotecaria, giornalista pubblicista dal 2007 e professionista dal 2018. Lavora nel mondo dell’informazione e della comunicazione e ha collaborato con quotidiani (Il Giornale di Sardegna – Epolis, Sardegna24, Sardinia Post) e periodici (Sardinia Post Magazine, La Collina). Come addetta stampa lavora con associazioni culturali, società, consorzi e pubbliche amministrazioni

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