Norbello al tempo del coronavirus

di Alberto Marceddu. Isole minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Norbello 1272 anime. La mia giornata inizia sempre alle 6:30 al suono delle campane. Sisto Manca, il campanaro, si reca sul gradino geograficamente più alto della comunità. Il campanaro, figura ormai estinta, a Norbello ancora sopravvive; le campane, oggetto che in qualche paese hanno chiesto di silenziare.

Le serrande delle attività sono abbassate e lo rimarranno. Le persone conducono la quarantena rintanate in casa sino a nuova disposizione ministeriale. A mezzogiorno non circola un’anima e nel pomeriggio non si percepisce il suono di un auto. La sera pare di vivere il coprifuoco come nel 1943.

L’8 Settembre dello stesso anno Pietro Badoglio comunicò dalla radio il seguente annuncio :

«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta».

Non so quando vi sarà una tregua in questa guerra senza armi, spero prima dell’8 Settembre, in quanto i danni economici sono già ingenti.

L’unica nota immutata delle mie giornate a Norbello al tempo del coronavirus è il risveglio. Già, perché in questo Marzo 2020, le strade sono vuote, le piazze pure, i negozi anche, come gli altri giorni, prima del coronavirus.

I caminetti fumano, riesco a scorgerne qualcuno insolito dal terrazzo di casa. Sarà qualche “continentale” scappato dal Nord Italia.

Nei nostri paesi, ci sono piazze e interi rioni totalmente vuoti, altri, si ripopolano durante la bella stagione. Regna il silenzio in tutti i restanti giorni; i cani si son presi le strade, i gatti i tetti, i muri e le piante, mentre i piccioni hanno costruito case dentro altre case.

Nei nostri paesi si viene a registrare il silenzio, a dipingere un’alba, fotografare un tramonto, a curarsi o chiedersi il perché di rari cieli variopinti. Le campagne son piene di rovine medievali, nuragiche, prenuragiche e i non più limpidi torrenti ricoprono sempre meno spazio.

Quando sarà, che l’uomo si riapproprierà dei suoi luoghi? Queste sono le nostre prigioni: vuote, fredde, silenziose e inquinate.

In queste tetre giornate, le persone hanno paura, si sentono sole, private del senso di sicurezza. Parlano a distanza e se si incontrano non si stringono neppure la mano. Sui social se ne può trovare buona parte, si leggono proposte per rompere la noia: le Challange, cantare l’Inno di Mameli, Azzurro o Nel blu dipinto di blu direttamente dal balcone, per alleviare il dolore dell’isolamento.

I nostri paesi saranno pure grandi come un condominio, ma i balconi delle nostre case sono talmente distanti che se cantassi dal balcone, il vicino che sta a 100 metri non mi sentirebbe. Che poi, davanti a casa vi è una piazza sgombera, a destra vi è la Chiesa e la casa parrocchiale ormai vuota.

Non solo chi è rimasto se n’è andato, anche il prete.

Che nell’era moderna neppure le potentissime piattaforme virtuali dei social abbiano potuto sopperire alla mancanza dell’incontro, fa sì che vi sia una flebile probabilità, che forse, l’umano basi ancora la sua socialità sull’incontro, quello fisico.

Sorgono in me alcune domande, interrogativi forti che attaccano le deboli fondamenta sulle quali basiamo i nostri rapporti col mondo.

Quando i nostri luoghi ci hanno trasmesso sicurezza in questi decenni? Quante volte ci siamo davvero incontrati?

Io la paura la vivo ogni giorno, prima del coronavirus.

Ho preso la difficile decisione di restare, mentre tutti vanno via. Voglio contribuire alla crescita dei miei luoghi, perché sono convinto che non vada costruito il futuro, va definito prima il presente costruendo legami tra passato e presente e custodendo le memorie del passato nella costruzione del futuro.

E’ bello leggere Ce la faremo o Tutto tornerà come prima. Ma prima quando?

Quando la politica dei campanili vedendo le comunità smembrarsi giorno dopo giorno, discute – male – di un’ipotetica fusione dei tre comuni di Ghilarza-Abbasanta-Norbello per tagliare i costi?

Non bastano i 37 miliardi di tagli al Servizio Sanitario Nazionale tra il 2010/2019 che ci hanno privati del presidio ospedaliero Delogu di Ghilarza?

Non bastano i 4 miliardi di tagli all’istruzione che hanno decimato gli istituti scolastici ? Perché se tutto tornerà così, come prima, allora meglio il coronavirus. Allora #IoNonRestoaCasa ma #IoMeNeVadoProprio (flotta navale e aerea permettendo).

Vedete, c’è chi ha provato a cambiare il mondo nonostante i gravi problemi fisici, nonostante la privazione della sua libertà. Lo ha fatto dentro quattro mura, che avrebbero dovuto accompagnarlo per 20 anni, 4 mesi, 5 giorni. Un carcere molto più macabro di quello a cui siamo obbligati in questa quarantena.

“L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva; la storia insegna ma non ha scolari” Nino Gramsci

Non illudiamoci che tutto debba tornare come prima, quel prima va cambiato.

Il futuro comincia oggi.

Alberto Marceddu

Laurea in Ingegneria Meccanica e attualmente studente di Viticoltura ed Enologia presso l’Università di Sassari-Consorzio Uno di Oristano. Socio dell’Associazione Italiana UNESCO Regione-Sardegna e fondatore di Teatrando a Corte. I suoi interessi spaziano dalla politica all’arte, dalla tutela delle minoranze culturali all’imprenditoria.

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