Nostra signora di Marceddì

di Rita Basile e Myriam Mereu. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis

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Marceddì

La sveglia era alle 4.00, anche se non ne avevo bisogno della sveglia, visto che avevo passato la notte murigandomi nel letto con ogni preoccupazione: chissà com’erano venuti is pirichitus per la festa, fatti seguendo la ricetta di mia suocera di Uras, che già non dovevo fidarmi dei suoi consigli, travessa com’è. Sempre a rimproverarmi che non sono capace a fare niente, che non le ho ancora dato un nipotino. Eh, ma Nostra Signora già lo sa quanto le sono devota: tutta la settimana abbiamo passato cercando fiori, pulendo la chiesa, rinfrescando i vestiti e i gioielli della Santa che se non me la concede questa volta la grazia di restare incinta… Così lo vede mia suocera se non sono capace a fare niente!

Mi sono levata dal letto che ancora non aveva cantato il gallo; in fretta in fretta mi sono bevuta una tazza di caffè nero con civraxiu e mi sono messa il vestito buono, quello del fidanzamento. Uscendo, ho incontrato a tzia Maria Lai, anche lei tutta allicchidita.
– O bellixedda, pronta sei? Ajò, che ci stanno aspettando in piazza di chiesa.
– Eja, tzia Maria, adesso andiamo.

Aveva fatto un’estate molto calda ma a metà agosto, come ogni anno, il tempo aveva cominciato a guastarsi, con piogge e vento forte di maestrale: lo fa sempre nel periodo della Festa, ca parreus pindacciaus. La gente de Sa Ussedda, il mio vicinato, aveva paura che cominciava a piovere durante la processione: li sentivo parlando tra di loro mentre guardavano il cielo tutto nero. Tziu Boicu Casula, il padrone del carro e dei buoi, aveva sognato che avrebbe fatto bel tempo fino a Marceddì, e ci diceva di stare tranquilli.
In quel momento è arrivato Antoni Pinna, bello come il sole che ancora non c’era. Ho sentito il cuore che si fermava in bocca, come sempre quando lo vedo. Oja, Gesù mammia, non dovrei dirle queste cose, proprio oggi poi che sto accompagnando a Nostra Signora che sa cosa voglio da lei…

C’è già tutto il paese: Don Mocci con i suoi chierichetti; Peppi Loi, su sagrestanu; il sindaco Atzeni con la moglie; l’apotecaio Desogus e Dottor Mura con le sue belle figlie; l’avvocato Salaris accompagnato dai suoi tzeraccus. Quando ci siamo messi in marcia verso sa Cruxi Manna, stava già schiarendo; noi donne abbiamo iniziato a intonare i canti per la Madonna, mentre gli uomini, facendo finta di pregare, guardavano le giovani che ricambiavano di nascosto. Già un paio di volte i miei occhi avevano incontrato quelli, neri e prepotenti, di Antoni Pinna – ita bregùngia, una fèmina cojada (bagassa avrebbe detto mio suocera). Tzia Fisina reggeva una candela e doveva stare attenta a non far cadere la cera che altrimenti si bruciava i piedi quasi scalzi che aveva.

Arrivati alla fattoria dei Mazzon, alla fine della Quattro, le donne hanno gettato i fiori in terra e si sono fatte il segno della croce – “la prossima volta li mettete voi i buoi”, aveva detto tziu Boicu, stanco di offrire il suo giogo in cambio di un sacco di farina. Abbiamo ripreso il cammino che il sole stava iniziando a riscaldare. I bambini erano gli unici che si divertivano pensando ai muggini arrosto che avrebbero mangiato a mezzogiorno e alla processione in mare della domenica, con le barche tutte ornate di fiori e bandierine; al tramonto, prima dell’arrivo della Santa, avrebbero cacciato cabixette in pineta con il tirollastico e poi sarebbero andati a comprare il torrone nelle bancarelle: li aspettava proprio una bella Festa.

Stavamo per arrivare a Marceddì quando ho sentito una mano che mi prendeva al fianco, calda, possente: era Antoni. Oja momia tiarrori. Mi ha fatto segno di seguirlo in pineta ma io non potevo allontanarmi, e poi chissà cosa pensavano gli altri vedendomi con lui, dopo quella volta alla festa di Santu Triagus. Ma lui, testardo come un mulo, è entrato in pineta e io, che volevo seguirlo, ho rallentato e ho aspettato che la gente fosse passata. Le donne avevano accelerato il passo per arrivare prima in chiesa, mentre gli uomini parlavano della vendemmia che stava per cominciare. Quando mi sono staccata dal corteo, ho sentito l’occhiata di Peppi Loi che mi infilzava il petto come uno spillone appuntito, ma il desiderio era più forte della paura.

Dopo che sono entrata in pineta, mi sono messa a cercare Antoni e intanto guardavo la processione che si allontanava. Mi sentivo il cuore che batteva forte forte ma ormai ero lì e neanche cento Peppi Loi avrebbero potuto fermarmi! “Qua sono…”: la voce rassicurante di Antoni veniva da una barca rovesciata sulla Costixedda dove si era nascosto. Mi sono avvicinata a lui; intorno si sentiva solo il canto degli uccelli.

Quest’anno sta facendo più caldo dell’estate scorsa, ancora non ha piovuto, ma non potrò andare alla processione perché devo restare a casa con la mia bambina. Mia suocera mi ha aiutato a fare i guefus e i bianchini per festeggiare la grazia che mi ha fatto la Madonna di Bonaria. Già è poco orgogliosa di me: dice che sono una brava mamma e una moglie premurosa, ed è contenta che la bambina, che ha due occhi neri e prepotenti come quelli del babbo, l’abbiamo chiamata come lei: Antonietta.

Rita Basile e Myriam Mereu

Rita Basile è nata a Terralba nel maggio del 1958. Ha sempre amato leggere romanzi e scrivere, e ricorda con nostalgia gli anni dell’infanzia trascorsi a Marceddì, quando le estati sembravano interminabili. Il 12 luglio 1982, è nata la sua primogenita, Myriam Mereu, che ha rischiato di chiamarsi Italia in onore della vittoria degli azzurri ai mondiali di Spagna. Myriam, che oltre alla passione per la scrittura e la lettura ha sviluppato anche quella per la musica e il cinema, da qualche anno si è trasferita a Cagliari e lavora come assegnista di ricerca all’Università. Rita vive ancora a Terralba e ogni tanto porta Trigu, il suo cane, a sgranchirsi le zampe a Marceddì.

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