Osini vecchio, memoria che non muore

di Alba Murino. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

0
1198
La casa dei gerani. Fotografia di Pierluigi Colli

I ricordi, come la vita e il tempo di cui sono intessuti, sono esseri in fuga. La mia memoria, anch’essa transitoria e instabile, possiede immagini di immutabile persistenza, stagliate sullo sfondo di un orizzonte intatto che la vita non ha scalfito né tanto meno cancellato.

E si stagliano nitide, dissipando le brume del tempo, le immagini di un paese che fu, di giorni andati, dell’Alba che è fuggita.

È l’anno 1959. Alle dieci di una fredda mattina di un gennaio livido e pungente nasco in un piccolo villaggio, Osini, in terra d’Ogliastra. Nasco tra le braccia dei Tacchi, cullata da una nenia di rocce. Io Alba del mio tempo, terza figlia di Attilio e Pinuccia, mio padre e mia madre.

Nasco otto anni dopo la grande pioggia che, scrosciando incessante per cinque giorni, cambiò inesorabilmente le storie, i destini e l’anima stessa della comunità che, abbracciata dai Tacchi, viveva affacciata sull’ampia vallata oltre la quale il mare offre col suo azzurro uno scorcio di infinito.

Osini muore nel 1951, annegato nella “grande pioggia”. Il suo abbandono si verificò nel tempo. Attraverso dolorose e successive ondate la vita si ricostituì poco lontano, nell’anonimato di strade e case senza volto.

Il borgo abbandonato è sprofondato nel silenzio di una struggente malinconia. E si offre inerme all’inesorabile erosione del tempo.

Questo è il luogo che mi ha visto nascere. Questo è il luogo nel quale ho vissuto i miei primi anni bambina, il luogo dove bambina sono sempre tornata assistendo anno dopo anno al suo doloroso e irreversibile crepuscolo.

Oggi che di quel passato non restano che relitti, dopo la morte delle creature che mi furono care, dopo la distruzione delle cose, restano, sulle rovine di tutto, impalpabili e luminosi, i ricordi di una vita che è stata e di una umanità che non è più.

Tutto, nella mia memoria si dipana a partire da una sorta di crocevia: la casa dei miei nonni materni.

È ancora, resiste, svettante come un falcone ferito tra le rovine di un paese fantasma. L’ingiuria del tempo e degli uomini non l’ha risparmiata. Al vento, alla pioggia, al sole, senza più segreti, le voci, le grida, i canti, le nenie, l’amore, tutto si fonde e confonde nel silenzio dell’oblio.

Rivedo, oltre la porta, gli scaffali verdi del negozio, la scala in legno chiaro che conduce alla vera e propria abitazione, la piccola terrazza su su, respiro verso i monti e verso il cielo, e la cantina buia e misteriosa, custode dei segreti della casa.

Ecco sono lì, in piedi davanti a una finestra, è mattino, la guardo dai vetri la mia nonna gazzella, la guardo mentre munge la capra. Poi, il profumo del latte e della panna, il sapore, lo sento in bocca, reale, come se l’avessi appena bevuto.

Questo è il profumo, il sapore del ricordo di nonna Elena.

Ricordi di estati che non finivano mai…le corse nei viottoli che portano alla casa dei miei bisnonni, quando, atterrita dalle ciclopiche siepi di ortiche, cerco invano un varco indolore per le mie gambe. E, arrivata, la magia di quella casa dove tutto è ordine, misura, semplicità, anche le parole: la cucina con il grande forno, e lei, nonna Pilia, piccola e minuta che, di fronte al fuoco che arde nel camino, mi consiglia, paziente, «No isfustilighisi su fogu», siede tra noi nonno Ghiani. Reduce della grande guerra, di cui il suo corpo porta i segni indelebili, macellaio e conciatore di pelli, estimatore di Bacco e tabacco: volto forte e fiero, profumo aspro di toscanelli.

Nella mia memoria le immagini si compenetrano, si richiamano. Le pareti e i muri della casa dei miei bisnonni si dilatano e, quasi volando, la vedo in mezzo a quel grappolo di case adagiate ai piedi della montagna blu cobalto.

E vedo gli orti tra le case, e gli orti di cui il paesino è circondato: vedo la perfetta geometria dei solchi tracciati da mani esperte e operose e le linee armoniose delle piante. Sento il gorgogliare lento dell’acqua che strisciando si infila viperina nella terra. Sento le voci delle donne rincorrersi di orto in orto, vedo nonna Elena che con la zappa crea piccoli sbarramenti di terra e altri ne abbatte per dirigere l’acqua di solco in solco. È accaldata… i lembi del fazzoletto le incoronano i capelli.

E vedo la luce chiara del giorno dolcemente affievolirsi e gli asinelli rientrare dalla campagna: hanno sul dorso, al di sopra del basto, cesti di frutta e verdura e fascine di legna.

E i loro padroni si fermano, nonostante la stanchezza, per il dono di un frutto a me bambina.

Ormai è quasi buio. Ricoverati con cura gli animali, le case si illuminano di piccoli occhi di luce: flebile quella delle candele, più viva e diffusa quella delle poche lampadine elettriche.

È finita una giornata di lavoro. Ma non per nonna Elena: sorregge un piccolo lume, pronta a raggiungere un magazzino poco distante. Caparbiamente la seguo: passando al di sotto dei lunghi trespoli su cui dormono appollaiate le molte galline, raggiungiamo, in fondo, la distesa immensa delle patate e, tra racconti sussurrati, le mani esperte carezzano le rugosità bitorzolute dei tuberi e mettono da parte, con cura, quelle giuste per la prossima semina.

Ormai è notte fonda e rientriamo a casa: sprofondo nel mio letto e mi addormento con la certezza di aver partecipato ad un rito magico, il rito della vita che ha cura della vita.

Uomini e donne dei Tacchi, uomini e donne di un mondo piccolo e misurato.

Uomini e donne di un tempo che non è più, custodi di minute sapienze scomparse.

La mia lanterna è stanca, ma ancora profili di ombre mi vengono incontro.

Seguo quelle ombre e sento il profumo antico dei gerani alla finestra, vedo il blu di vecchie pentole da cui traboccano fiori dai colori di smalto.

Distinguo i profili di due case addossate l’una all’altra: una, il falcone svettante, è quella dei nonni, l’altra, più bassa, più modesta, ma che in quella finestra colma di verde e gerani curati e amati vede prorompere il sentimento esigente di una bellezza irrinunciabile, è la casa di zia Elena e zia Annunziata. Due sorelle, anime belle e semplici, profondamente diverse ma unite quasi in un unico respiro di vita operosa: il lavoro nei campi, il ricovero, a fine giornata, dell’asino e della capra, la cura della casa.

Semplice e ordinata, la casa dalla finestra con i gerani vede affiorare, sul lato sinistro della sua cucina, una scala che sale dalle tiepide profondità della stalla e una, piccola e traballante, che si apre su un mondo misterioso e palpitante: un labirinto di odori e profumi, di forme e colori.

Una soffitta che in un disordine ordinato vede grosse damigiane, “imbùdusu” e “càrrasa” in ferro, ceste e “palìnisi”, pere d’inverno appese con lacci di rafia, orci e giare, enormi zucche capaci di sfidare i lunghi mesi freddi, patate stese sul legno del pavimento, sacchi di mandorle, grappoli d’uva pendenti a seccare.

Una grande stadera in rame pende dal gancio di una grossa trave e oscilla, cigolando leggermente, mossa da un soffio di vento. Mi volto e lo vedo: il grande letto in ferro dove ancora mi addormento cullata dalla voce di zia Elena e sfiorata dai capelli sfuggiti alla crocchia di zia Annunziata.

Ma si è fatto tardi. Non la sento, ma attraverso la parete che le due case dividono in comune, nonna mi chiama per la cena. Un sussurro: «Albiggè! Scidadìndi». E dalle mani di zia Elena dagli occhi di cielo passo alle mani di nonna Elena dagli occhi di foglia.

Il fiume, in fondo alla vallata, continua a scorrere, il sole continua a sorgere e a tramontare.

Ma un’umanità è scomparsa, spazzata via dal vento del tempo. Continua la struggente consunzione delle case, delle strade e dei viottoli che un tempo la vita vera abitava.

La mia culla si è fatta pietra, tutto è immobile, eppure vivo, silenziosamente vivo dentro di me.

Alba Murino, per tutti, a Dolianova, maestra Alba, la maestra del bosco, pioniera della Scuola in mezzo alla natura, dove, insieme ai suoi bambini, ritrova libertà leggerezza magia, e la possibilità di riconnettersi con le sue origini.

Nessun commento

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here