Parco geologico o Parco minerario? L’equivoco del “sito Unesco”, la realtà del Parco-bancomat

Un Parco minerario è ben differente da un Parco geologico. E quindi un Parco geo-minerario, per essere tale, dovrebbe strutturarsi in due distinti progetti: l’uno dedicato alla rete isolana dei geositi, e un altro riguardante l’individuazione, la tutela e la valorizzazione storica degli impianti minerari dismessi. Abbandonando la confusione e la contrapposizione attuale . Ma a quanto pare perdurano i propositi di chi vorrebbe non un Parco ma un irresponsabile sportello bancomat.

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Un'immagine del Parque minero de Rio Tinto in Spagna. Un modello di parco minerario che porta turismo e ricchezza (dal sito della Fundaciòn Rio Tinto)

Se qualcuno riteneva – o almeno s’augurava – che quegli “stati generali” del mondo minerario, autoconvocatisi nello “storico” Pozzo Sella a Monteponi qualche settimana fa, potessero dare vita al Parco Geominerario 2.0, cioè alla sua rigenerazione ed al suo rilancio come uscita dagli “anni bui”, penso che sia rimasto deluso. Perché tutto, a quel che sembra, parrebbe rimasto immutato: nella consueta ed avvolgente oscurità.

Tutto come prima, ad iniziare da un Parco avviato ad essere sempre più geologico (come custode dei nostri geositi) e sempre meno minerario, come valorizzatore dell’archeologia industriale delle ex miniere isolane. Per proseguire nell’incognita Unesco: se, cioè, ci sia stato, o meno, un riconoscimento da parte di quell’organizzazione del nostro patrimonio minerario.

Questo perché nel suo sito ufficiale di un riconoscimento presente o passato non se ne trova traccia. Al contrario, sembrerebbe (si usa a bella posta il condizionale) che quel cartellino rosso sia stato applicato dal Global Geoparks Network (GGN), un’organizzazione privata no profit (che non è l’Unesco), alla cui rete europea il Parco avrebbe aderito fin dal 2007. Ne deriverebbe la constatazione che il Parco non sarebbe mai stato un sito Unesco!. Il che, se confermato, non potrà che destare sorpresa, sconcerto e, se permettete, anche un forte sbalordimento.

Pare evidente che si sia di fronte ad una serie di equivoci, di ambiguità e di malintesi a cui bisognerebbe dare una risposta ufficiale: dalla Regione innanzitutto e dai Ministeri interessati. Anche perché di un Parco 2.0, rifondato nelle competenze e nella sua mission istituzionale, si avrebbe effettivamente bisogno. Partendo dal porre al centro del suo operare il primato del patrimonio industriale e della cultura mineraria (in tutti i suoi aspetti, tecnici, ingegneristici, sociali, economici, ecc.) sugli aspetti ambientali e naturalistici. Non a caso, la sua istituzione era stata motivata dalla necessità di dover conservare la memoria del grande lascito materiale e immateriale di quelle miniere appena dismesse dopo quasi due secoli di straordinarie performance industriali.

Un Parco minerario è ben differente da un Parco geologico: mentre quest’ultimo potrà riguardare l’intero territorio isolano, il primo dovrebbe occuparsi della tutela dei centri di insediamento degli stabilimenti minerari come localizzati all’interno del territorio. Non a caso, negli altri parchi d’Europa dedicati alle ex miniere non appare quel “geo”: cosi in Spagna (ad esempio “Parque minero de Rio tinto”), in Germania (“Zollverein bergbaupark”) e in Polonia (“Kopalnia Guido”), a conferma delle diversità di obiettivi, così come ben evidenziati fin dalla tanto citata “Carta di Cagliari” del 30 settembre del 1998, oltre vent’anni or sono.

Ma vediamo – per chiarire quanto è profonda la differenza – cosa si propone la rete UNESCO dei geositi per poi mettere a confronto quegli obiettivi con quelli che andrebbero stabiliti per la valorizzazione delle miniere dismesse.

La rete UNESCO dei geositi si propone:

di valorizzare il patrimonio geologico e geomorfologico promuovendo lo sviluppo sostenibile, l’educazione ambientale, la formazione, l’incremento della ricerca scientifica nelle varie discipline delle Scienze della Terra e il geoturismo nell’intero territorio isolano,
di tutelare, attraverso una strategia coordinata di protezione, il patrimonio geologico e geomorfologico presente nell’Isola attraverso innovative strategie di conservazione e dalla fruizione dell’ambiente naturale.

Gli obiettivi principali per le miniere dismesse sono invece:

l’individuazione dei luoghi e degli ambienti più significativi dell’Isola dove si è svolta in passato (prossimo e remoto), ad opera dell’uomo, un’attività d’estrazione di minerali, in modo da conservarne e valorizzarne la memoria,
la tutela, la valorizzazione e la fruibilità dei segni materiali e immateriali di quelle attività, attraverso una loro attenta repertazione, capace di ordinare, conservare ed illustrare le memorie di quella che è stata la grande metamorfosi dei valori sociali e degli scenari produttivi, come avvenuta in quei luoghi, dalla cultura industriale delle imprese minerarie,
la tutela, la valorizzazione e la fruibilità del paesaggio minerario, indicato come una specie di “contro paesaggio” rispetto a quello naturale, in quanto trasformato dai segni delle attività lavorative svolte dall’homo faber nel sopra e sotto suolo.

Ben si comprende quindi come le due configurazioni siano molto dissimili: mentre il parco geologico si configura come un areale continuo e ben delimitabile (nel nostro caso nei 24mila chilometriquadri dell’Isola), il parco minerario appare discontinuo, in quanto costituito da diversi siti disgiunti e distribuiti a macchia di leopardo nel territorio.

Ne deriverebbe quindi la considerazione che il Parco geominerario, per essere tale (e se lo si volesse mantenere tale), dovrebbe strutturarsi in due distinti progetti: l’uno dedicato alla rete isolana dei geositi, ed un altro riguardante l’individuazione, la tutela e la valorizzazione storica degli impianti minerari dismessi. Abbandonando la confusione e la contrapposizione attuale.

Si è quindi portati ad auspicare un ripensamento del Parco come contenitore e valorizzatore del nostro passato industriale e delle nostre diversità geologiche: sarebbe poi questa, per essere chiari, la necessaria riforma su cui lavorare. A cui si dovrebbe aggiungere anche un ulteriore e necessario chiarimento: se cioè al Parco debbano essere affidati soltanto dei compiti di promozione e di sostegno conto terzi – e non di capacità proprie di gestione – per l’intero patrimonio geologico e minerario isolano, come oggi purtroppo accade.

In effetti il parco è stato trasformato in un generoso sportello di erogazione di contributi e di servizi a favore dei progetti promossi dagli enti locali, al di fuori, e spesso in contrasto, con un razionale disegno d’insieme. Di fatto, si è trattato di una vera e propria eterogenesi dei fini del concetto di Parco che da ente territoriale sovraordinato, si è visto trasformare in qualcosa di più che sottordinato, dato che l’ultima risoluzione della Comunità dei sindaci (organo consultivo) vorrebbe sottrargli anche la responsabilità di valutare la rispondenza tecnico-istituzionale e la congruità finanziaria dei singoli progetti dei comuni, da affidarsi esclusivamente al “comitato tecnico scientifico (altro organo consultivo), sulla base di criteri oggettivi sotto il profilo culturale, scientifico e turistico”. Trasformando così il Parco in un ufficio di pronta cassa o, per meglio intendersi, in un irresponsabile sportello bancomat.

Se sia questa, o meno, un’effettiva aberrazione giuridica si potrebbe anche discutere, ma appare certamente, sul piano politico, una chiara dichiarazione di volontà per richiedere la messa in liquidazione del Parco, come ente ritenuto dannoso ed inutile.
Non vi è dubbio alcuno, quindi, che sul Parco ci sia oggi molta diffidenza ed anche dell’assai maliziosa prevenzione. Frutto di troppi errori recenti e passati, di troppi personalistici protagonismi e di gestioni non sempre virtuose. Certo è che così com’è stato ridotto, non appare più rispondente a quell’idea originale che – auspici l’Ente minerario sardo e l’Unesco – avrebbe portato nel 1998 a promuovere l’istituzione di un parco della memoria del nostro grande passato minerario. S’avverte quindi l’esigenza (e l’urgenza) di dare sostanza statutaria e compiti nuovi ad un Parco 2.0, che riprenda quell’idea originale e che metta da parte le pericolosità e le bislaccherie di alcune recenti prese di posizione circolate, purtroppo, in quegli “stati generali” del 5 novembre.

Paolo Fadda

(Economista, saggista, già dirigente del Banco di Sardegna)

 

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