Pastori sardi, latte versato e manganelli

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Un fiume bianco candido sta inondando la Sardegna: dagli ovili alle piazze, dai porti alle strade, dai vicoli dei paesi più piccoli fino alle grandi arterie che collegano l’Isola centinaia di litri di latte gettato dai pastori imbiancano l’Isola. Meglio buttarlo a terra che venderlo a un prezzo misero, dicono. La richiesta dei pastori tutti è una, e ben precisa: il latte ovino sia pagato il giusto, e quel giusto non sono certo i 60 centesimi al litro oggi stabiliti dal mercato. Necessari, poi, un osservatorio su costi e quantità e un piano annuale della produzione. Una protesta nata nei primi giorni di febbraio e in maniera spontanea dall’iniziativa di pochi, moltiplicata in brevissimo tempo grazie a WhatsApp e a internet, che ha coinvolto tutti i lavoratori del settore con le loro famiglie. Fino a raggiungere commercianti, artigiani, amministratori locali, studenti di ogni ordine e grado, agenzie regionali dell’agricoltura, bar e mangimifici, persino musei e squadre sportive: da Nord a Sud dell’Isola fino ad arrivare a diverse città italiane come Torino, Milano, Bologna, Grosseto, Pisa (e anche oltre: un gruppo di sardi in Scozia ha esposto una bandiera con scritto “Vicini ai pastori sardi, Scotland), lo slogan #iostoconipastori ha lasciato le campagne, ha conquistato le prime pagine dei quotidiani ed è entrato all’ordine del giorno dell’agenda politica nazionale. Con il Ministro dell’Interno che ieri si è già impegnato a trovare una soluzione in 48 ore dopo l’incontro con alcuni rappresentanti della Coldiretti. Su come Salvini intenda risolvere una questione complessa e vecchia di decenni, per ora, non è dato sapere.

Tra ieri e oggi, intanto, molti esercizi commerciali hanno tenuto le serrande abbassate, gli studenti hanno lasciato le scuole e sono scesi in strada con cartelli e striscioni e ovunque sventolano lenzuola bianche in segno di solidarietà. Ma se la protesta oggi è su tutti i giornali, riassunta in quelle spettacolari immagini del latte rovesciato dai cavalcavia o sulle piazze, le rivendicazioni del comparto non sono certo nuove.

Appena due anni fa oltre tremila persone si erano radunate a Cagliari in una caldissima giornata di agosto in rappresentanza delle oltre 12mila aziende di tutta l’Isola. A guidare la protesta, allora, c’era il Movimento Pastori Sardi, scritte gialle sulle maglie blu, guidate da Felice Floris, Movimento che oggi preferisce restare in secondo piano rispetto a una protesta senza bandiere e senza sigle: chiedevano indennizzi per lo stato di siccità e soprattutto una programmazione delle risorse equa e di lunga prospettiva. La risposta arrivò in via Roma, davanti al Palazzo del Consiglio regionale, per l’occasione reso inaccessibile da una doppia fila di transenne e una squadra di agenti antisommossa pronti all’azione. Alcuni dei manifestanti cercarono di forzare il blocco ma vennero rispediti indietro dai manganelli. In quindici quella mattina vennero ammessi all’incontro con il Presidente della Giunta, il Presidente del Consiglio, gli assessori all’Agricoltura e al Bilancio e alcuni consiglieri regionali. Subito una promessa: 35 milioni di euro, da aggiungere ai 17 già stanziati per quell’anno. Una soluzione tampone, che diede sollievo alle aziende in crisi ma non risolse la questione del prezzo del latte, così volubile e sempre a sfavore dei produttori.

Non così rapida fu, invece, un’altra manifestazione, quella del 2010: a muovere la protesta ancora il Mps, che organizzò un presidio a Cagliari davanti al palazzo di via Roma e arrivò a occupare dell’aula della Commissione Bilancio del Consiglio. Era il pomeriggio del 19 ottobre 2010, i pastori erano esasperati da mesi di mobilitazioni, cortei, blocchi di strade e aeroporti. Il settore, oggi come allora, era in crisi da tempo, e il prezzo del latte che non saliva oltre a 60, 65 centesimi al litro era solo uno dei problemi tra mancata programmazione e un mercato sempre più impietoso che guardava e guarda tuttora alla quantità piuttosto che alla qualità. Via Roma, quel pomeriggio, fu teatro di un feroce scontro tra manifestanti e forze dell’ordine: da una parte lanci di pietre e bottiglie e cassonetti usati come scudi, dall’altra manganelli e fumogeni. Il lastricato davanti al palazzo del Consiglio regionale, a fine serata, era un campo di battaglia. Segnato anche dal sangue: il bilancio fu di tre agenti feriti, diversi manifestanti picchiati, un pastore che perse un occhio perché colpito da un fumogeno. L’immagine simbolo di quella follia, ripresa da un tg locale, era un vecchio che piangeva per lo spavento, la bandiera blu del Movimento al collo. Non era ancora finita: quell’anno, alcuni giorni dopo Natale, duecento pastori si imbarcarono da Cagliari verso Civitavecchia per organizzare un sit in a Roma, ma i sardi vennero bloccati appena sbarcati e furono costretti a tornare indietro quella stessa sera scortati dalle forze dell’ordine. Anche qui non mancarono gli scontri: Maria Barca, portavoce del Movimento, raccontò di essere stata colpita con violenza, e come lei un altro giovane di 17 anni picchiato con un manganello. Tre pastori, poi assolti, furono denunciati per manifestazione non autorizzata e uno di loro, Priamo Cottu di Ollolai, dovette difendersi anche dall’accusa di aggressione, violenza e lesioni. Giorni drammatici, raccontati con grande sensibilità da “Capo e croce, le ragioni dei pastori”, film diretto da Marco Antonio Pani e Paolo Carboni uscito nel 2012. Quella storia di sacrifici e sofferenza fu mostrata con una pellicola tutta in bianco e nero perché non rimandasse a un tempo preciso. E infatti, oggi come otto anni fa, quella che scorre davanti a noi è la stessa, identica storia.

(foto da LaBarbagia.net)

Francesca Mulas

 

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