Per immaginare Olbia

di Gianvito Distefano. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Olbia

Per immaginare Olbia bisogna prima immaginare il suo golfo interno, profondo e ampio, l’acqua calma con ogni vento, il fondale basso che potresti camminare dentro l’acqua per decine di metri allontanandoti dalla costa. Fino a qualche tempo fa potevi vedere messi così, in mezzo all’acqua, quelli che andavano ad arsellare, i rastrelli lunghi e i pantaloni di cerata. Faticoso, ma in qualche ora tiravi su anche 50 euro, o forse erano 50mila lire, e te ne tornavi a casa con il rastrello di traverso tra i piedi sullo scooter. Ora non si vedono più, forse è vietato, forse arselle non ce n’è più abbastanza.

Bisogna prima immaginare il golfo – che poi è ciò che quasi tutti quelli che sono passati da Olbia conoscono, perché quasi tutti quelli che sono passati da Olbia ci son passati per andare al porto dell’Isola Bianca, proprio al centro di questo golfo così circolare e quasi lacustre – e poi immaginare che la città a un certo punto della sua storia al golfo ha deciso di dargli le spalle o perlomeno di mettersi di fianco, di guardarlo di lato.

Fattelo un giro a zona Bandinu o a zona Baratta e prova a dire da che parte è il mare. Meglio costruire sparpagliandosi per quella che al tempo era piena campagna, meglio case comode e indipendenti, magari con un pezzo di cortile, e pazienza se non sono vicine né al mare né al centro, che tanto in macchina è un attimo. È andata così.

E così ora per trovarlo il mare, se parti da Orgosoleddu o da zona Ospedale, puoi seguire il traffico delle macchine che vanno in zona industriale e che per un’ora la mattina e un’ora la sera formano, anche d’inverno, una coda di macchine come succede solo nelle città grandi davvero. Già, perché la zona industriale a Olbia occupa la porzione più bella del territorio che si stringe attorno a questo golfo ampio e profondo. Non per niente la via che dal centro muove in quella direzione si chiama ancora via dei Lidi, anche se lidi lì non ce n’è più da un pezzo.

A dire il vero anche la via che porta all’aeroporto si chiama via degli Astronauti per quanto anche lì astronauti non ce ne siano – ma è un’altra storia, di megalomanie inconsapevolmente comiche e non di luoghi scomparsi e rimasti impigliati nella memoria. Ad esempio in quella dei tanti “scesi” a Olbia dai paesi dell’interno, chi per poche ore chi, tantissimi, per trasferirsi per sempre, che in quei lidi dentro la città il mare lo avevano visto per la prima volta nella vita.

Storie che ti raccontavano i grandi, quando da ragazzini ci sembrava impossibile l’idea di fare il bagno in quell’acqua così ferma e così vicina. Per noi, adolescenti olbiesi di prima o al massimo seconda generazione, il mare era lontano, fuori città. Abbastanza vicino da andarci magari ogni giorno, ma sempre un piccolo viaggio fuori porta.

E però, vuoi mettere la soddisfazione, appena hai l’età minima per il motorino, di fartela tutta d’un fiato via dei Lidi per poi, sullo slancio, superare la zona industriale e salire la rampa morbida della collina del pozzo Sacro, e poi finalmente giù, in discesa, fino alla spiaggia di Pittulongu… Sei sette chilometri che erano un’ordalìa a 14 anni, un diversivo a 20, la prova lampante di uno sviluppo urbanistico cieco e irrazionale a 30: come fa il mare ad essere così lontano da una città di mare?

Al rientro, la vista del porto dall’alto della collina del pozzo Sacro, un attimo prima di lanciarti in discesa sulla strada un po’ disconnessa, i traghetti del porto al centro del golfo come una batteria di razzi pronti a perdersi nell’aperto.

Gianvito Distefano ha studiato letteratura all’Università di Cagliari. Si divide tra l’attività di ricerca e l’insegnamento agli adulti carcerati. Finché si può, vaga abitualmente tra Nord e Sud dell’Isola. A Olbia però ci ha fatto le superiori quindi, come si dice, è di lì.

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