Per una filmografia del Primo Maggio: la cultura del lavoro, la difesa dei diritti

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Quelle mattine nel buio della sala cinematografica a vedere l’America che contesta i vecchi film e le vecchie idee. Erano storie che esprimevano tutto il disagio dei giovani anni settanta, un disagio certamente confuso ma vitale, contro regole che non corrispondono a ideali e aspirazioni, a esigenze di cultura e libertà. Energie che il cinema americano ha spesso saputo sintetizzare nei grandi affreschi che parlano di noi, del mondo che cambia.
A Cagliari, all’Alfieri e all’Ariston, in quegli anni vedemmo la rassegna della Cineteca Sarda: L’impossibilità di essere normale, L’uomo dai sette capestri e molti altri.
Era bello respirare l’aria frizzante della mattina e poi immergersi in avventure straordinarie, che ci regalavano idee per il nostro futuro.

Si potrebbe dire, ma che c’entra tutto questo col Primo Maggio? C’entra perché proprio quell’impossibilità di “essere normale”, ha educato più generazioni di giovani ai valori alla cultura del lavoro come onesta professione, portando il proprio contributo che poteva sembrare eversivo – e purtroppo ci sono stati gli anni di piombo, – ma che nel tempo si è rivelato un valore aggiunto per la nostra società.

È da lì – sulle orme di Giaime Pintor – che abbiamo imparato ad apprezzare il cinema che parla di libertà e di diritti. Un cinema che in questo Primo Maggio, festeggiato nella piazza virtuale come il 25 aprile, è un formidabile strumento che amplifica le lotte degli operai per la sicurezza sul lavoro e per conquistare nuovi spazi di democrazia, nelle case – che nell’emergenza virus sono diventate il nostro mondo, – nelle città e nelle fabbriche.

Gli spazi che sognava Luciano Lama e che si possono attraversare vedendo un bel documentario realizzato da Pasquale Cascella e Furio Angiolella, Cari
compagni (1996), sulla figura del grande sindacalista, segretario della Cgil.
Ma anche attraverso gli occhi di un personaggio che resta punto di riferimento nella Storia d’Italia. È Adriano Olivetti – impersonato in un film Rai da Luca Zingaretti – visionario e rivoluzionario, uomo dallo sguardo lungo, che sapeva conciliare il lavoro dei diritti – e perfino della gioia che si prova ad occuparsi di qualcosa di piacevole – con le esigenze del mercato.

Un pugno allo stomaco, la prima volta che lo vidi, fu La classe operaia va in paradiso (1971), regia di Elio Petri. Gian Maria Volontè prestava il volto all’alienazione, ai ritmi insostenibili della catena di montaggio. Le facce degli operai piegate in smorfie di sofferenza, che divengono grottesche, separate da una realtà che dovrebbe essere serena e vissuta senza traumi.

Lo stesso straniamento, la stessa scissione, in Tempi moderni (1936 ), di Charlie Chaplin, dove le immagini danno sostanza alla metafora dell’operaio inghiottito da giganteschi ingranaggi. La comicità di Chaplin è amara, nasce dallo scontro tra la macchina e l’uomo, dalle disavventure dell’eroe solitario nell’America che ancora affronta le conseguenze della Grande Crisi.

E la crisi oggi porta sulle nostra coste gli extracomunitari, che cercano fortuna in Europa. Non ci vuole molto a riconoscersi nelle loro espressioni cupe, a ricordare quando eravamo noi a lasciare le nostre famiglie. Dal Sud al Nord alla ricerca del lavoro. L’emigrazione, l’umiliazione nel sentirsi diversi, emarginati, in una grande città che può diventare un inferno. Trevico-Torino – viaggio nel Fiat-Nam (1973), regia di Ettore Scola, è la storia di Fortunato Santospirito, un giovane della provincia di Avellino che, lontano da casa, matura la consapevolezza della propria condizione, la coscienza di classe.

Facciamo un salto indietro, al 1948. È l’anno di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Il dramma della disoccupazione nel dopoguerra. È un capolavoro del Neorealismo che dà voce alla disperazione. È girato in una Roma ancora segnata dalla guerra e dalla Resistenza all’occupazione tedesca. Gli interpreti attori non professionisti. Tra loro Lamberto Maggiorani e il piccolo Enzo Staiola. Il soggetto è di Cesare Zavattini, che è anche tra gli sceneggiatori.

E se vogliamo mantenere il Primo Maggio nello spirito del 25 aprile, possiamo ricordare Le 4 giornate di Napoli, 1962, regia del cagliaritano Nanni Loy, candidato all’Oscar come miglior film straniero. È rivolta di popolo, di lavoratrici e lavoratori che si ribellano ai tedeschi per liberare la loro città.

Primo Maggio per Cagliari significa Sant’Efisio. A causa dell’emergenza sanità quest’anno niente Processione con sfilata dei costumi da tutta l’Isola. Il Simulacro del Santo si dirigerà il 3 maggio verso Nora, su una camionetta della Croce Rossa. Non ci saranno i fedeli, neanche quei pochi – impiegati, operai, lavoratrici e lavoratori – che seguirono Efisio tra le macerie di Cagliari, ferita dalle bombe del ‘43.

E ora voglio parlare ancora di America. Mutano i tempi, i film si vedono a casa – le nostre quattro mura che ci difendono dal Covid – ma non mutano gli ideali, le aspirazioni, la capacità che ha il cinema d’oltreoceano di alimentare i sogni, la speranza del lavoro sicuro e qualificato, di una vita migliore. “il cinema che cambia la storia e la geografica dei nostri cervelli” probabilmente oggi è quello di Woody Allen, perché ci fa ridere e ci fa riflettere, Quell’ironia amara, quel sarcasmo, parla di noi. Ancora una volta dirada la nebbia e ci indica la strada. Non prendersi troppo sul serio e essere seri. Contraddizione? Mica tanto. Dipende dalle situazioni.

Oltre ai film, ci sono due splendidi libri che aprono le porte al mondo di Woody Allen. L’autobiografia – A proposito di niente, edito da “La nave di Teseo” – e le avvincenti pagine firmate da Roberto Escobar, Il mondo di Woody, pubblicato da Il mulino.
Conflitti quotidiani, scene di coppia e familiari, che sono l’altra faccia del mondo del lavoro.

Un mondo che in questo Primo Maggio è parecchio in difficoltà, sentiero incerto, da costruire. Come ci racconta un maestro del cinema inglese, sempre vicino ai temi del lavoro, Ken Loach. Nell’ultimo suo film – Sorry We Messed You (2019) – il protagonista è Ricky, un operaio di 49 anni. Disoccupato, dopo la crisi dello scorso decennio, tenta la fortuna come corriere, ma le condizioni di lavoro sono proibitive. Ricky però non si arrende, guarda avanti. Il pessimismo mitigato dalla volontà, alla conquista di spazi inesplorati, alla ricerca di idee da realizzare.

Attilio Gatto

 

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