Poggio dei Pini, riserva di bellezza

di Walter Falgio. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Poggio dei Pini

Quando da ragazzini se ne parlava immaginavamo una località favolosa. Ville immense, giardini esotici, viste mozzafiato. Sbagliavamo.

Poggio dei Pini era una specie di garden city nostrana sorta dietro l’angolo, una comunità originale e decisamente accessibile. Ricordo che ci abitava Vanessa, una compagna della scuola elementare. Ammirando per la prima volta la sua casa in occasione di una festa di fine anno, pensammo di trovarci di fronte a un’astronave, tanto la dimora era illuminata e avveniristica, e non dimenticammo i cancelli sempre spalancati, anche di notte, come in tutte le case del villaggio.

Il primo viaggio in autonomia da Cagliari a “Poggio” lo affrontai col vecchio amico Gepi sul sellino troppo piccolo del mio vespino Pk, fortunatamente preparato con una modesta 75 DR. Una volta immessi nella “quattro corsie”, il semi anello d’asfalto che aggira il porto canale, rischiammo di precipitare in cunetta ad ogni spostamento d’aria delle auto in sorpasso. Ma l’occasione giustificava l’impresa: ci aspettavano a un compleanno alle piscine comuni.

Era il 1986, non avevamo mai visto una piscina con i nostri occhi e non conoscevamo nemmeno una virgola della filosofia ispiratrice di quella innovativa città giardino, di quell’esperimento cooperativistico nato venti anni prima dall’intuizione di un gruppo di trentenni che si rifaceva a evoluti modelli europei di integrazione sociale. A noi che abitavamo nei palazzoni dell’espansione edilizia e che sgommavamo sui lisci marciapiedi alla palladiana, le strade sterrate delimitate da muretti verdi, i profumi liberi di gardenie, gigli e fresie che non sapevamo riconoscere, i cespugli di macchia mediterranea che riempivano le colline, ci apparivano come un mondo nuovo. Era una campagna abitata come non l’avevamo mai vista.

E il verde, che Cagliari nel dopoguerra aveva consumato per far posto a una quantità indescrivibile di brutture cementizie, finalmente svettava, circondava, stava al suo posto. E, soprattutto, era parte integrante e necessaria di un insediamento umano. Era molto facile essere attraversati dallo sgomento quando, dopo le Terrazze, sulla strada 26, iniziavi a percorrere la salita che conduceva a Bellavista e con il cinquantino eri costretto a rallentare e a scalare in seconda: per un istante venivi rapito dall’imponenza di certi arbusti di lentisco che, a noi adolescenti, ignari delle varietà botaniche originarie della Sardegna, sembravano delle teste profumate e scarmigliate dai venti. Solo dopo capii che non era affatto casuale se quell’essenza aveva resistito tutto quel tempo alle ruspe, ai roghi e alle motoseghe.

Il merito casomai era da attribuire a una deliberata politica di salvaguardia delle specie autoctone imposta dalla cooperativa a tutti i pionieri poggini. Con la maggiore età arrivò la patente e l’usufrutto di un 126 giallo prima serie, classe 1972, appartenuto a mamma. Le belle amicizie di Poggio erano ancora vive e le spedizioni dalla città potevano chiamare a raccolta gruppi motorizzati più cospicui.

Carlo, che chiamavamo il marchese per le sue buone maniere e per una presunta discendenza aristocratica, non mancava mai. E fu con lui che raggiungemmo scortati e spaventati dai residenti il misterioso villaggio di Santa Barbara. Meta notturna obbligata e suggestiva. Quella sera che volgeva alla notte il marchese burlone noto per la sua innata capacità di imitatore si nascose dietro una finestra semidistrutta e con un piccolo amplificatore iniziò a recitare imprecisate e tenebrose giaculatorie con voce profonda.

Fu il terrore, alimentato dalle immancabili leggende che aleggiavano sul piccolo borgo abbandonato e dalla tradizione legata alla decapitazione della santa del luogo, la cui testa sarebbe rotolata sino alla sorgente davanti alla chiesa.

Correva l’anno 1989 e ancora non potevo immaginare che due lustri più tardi Poggio dei Pini sarebbe diventato la mia seconda casa. Che vi avrei fatto ritorno con Laura, conosciuta agli albori del nuovo secolo nella redazione di un quotidiano, e che da allora non avrei più smesso di sentirmi un poggino d’adozione in una fantastica comunità.

Nella chiesa della Madonna di Lourdes io e Laura ci siamo sposati e dopo la cerimonia, a bordo della 600 di Renzo, abbiamo inaugurato il nostro viaggio di nozze tra le viuzze del Poggio. Peccato per gli sterrati, oramai solo un ricordo, terreno ideale per scaricare la trazione posteriore della piccola Fiat.

Tutte le volte che con la famiglia, con Gabri e con Bia, andiamo a trovare i nonni Mario e Tonina e la bisnonna Sissi, lo sguardo si sofferma almeno per un secondo sulle poche ferite visibili della devastazione del 22 ottobre 2008. Ma subito dopo ripetiamo che un giorno o l’altro ci trasferiremo in questa riserva di bellezza, abbandonando una volta per tutte traffico e palazzi della città.

Perché a Poggio si sta bene. Anzi, si sta sempre meglio, passeggiando sui sentieri ricoperti di aghi di pino in un inaspettato parco della memoria, con i fortini dell’ultima guerra, le postazioni di tiro e le trincee dell’arco di contenimento di Capoterra, riportati alla luce con la stessa luminosa e solidale intuizione collettiva che fa di questo luogo un’eccezione di convivenza civile, virtuosa e controcorrente nell’era dell’omologazione a tutti i costi.

Walter Falgio è insegnante, giornalista, dottore di ricerca in storia. Ha pubblicato sulla Sardegna del ’700, sul ’68 e sulla storia della Resistenza per AM&D, Cuec e FrancoAngeli. Ha collaborato con “il manifesto”, “Liberazione”, “L’Unione Sarda” e con RadioRai. Presiede l’Istituto sardo per la storia dell’antifascismo. Ama alternativamente le ferrate e le birre artigianali, ultimamente con una predisposizione maggiore per le seconde.

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