Pozzomaggiore, i luoghi sono parole

di Lucia Cossu. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Foto di Lucia Cossu

Nel costante andirivieni delle nostre vite in movimento a volte rischiamo di perdere i punti cardinali e magari di avvertire un leggero senso di spaesamento. Quale sarà la casa? Il luogo che quotidianamente si abita, oppure dove si è vissuto in famiglia. La casa definisce la personalità, è un gioco intimo. Casa è la cultura, la lingua che esprime lei sola al meglio il nostro sentire. E allora non è la nascita, non è la residenza o il repentino cambio di dimora, non è neppure il tempo attuale o che verrà, se la casa è la cultura non posso che pensare ad un luogo.

E in questo luogo vi accompagno. Siamo sulla 131 in direzione nord, la pianura è già allegro altipiano e il manto stradale sempre più disconnesso. Lasciando a destra la strada principale, un breve dolce serpeggiare accompagna verso l’ingresso del paese.

Putumajore. Il cartello rivela l’identità del luogo. Siamo nel Logudoro, terra di pascoli e giardini. Cavalli e cavalieri. Terra di poeti e dolce lingua, la mia lingua.

È pomeriggio inoltrato. Le ombre sono morbide e lunghe, la luce che inizia a sfumare rende i contorni caldi e meno nitidi. Questo è il momento di rientrare a casa. Nel silenzio soffuso si raccoglie il paese: il centro storico con le sue abitazioni cariche di tempo e le case più recenti con i lucidi mobili minimalisti e i piani di cottura a induzione. Serpeggio e osservo l’orizzonte. Tutto è pace, o forse è chiacchiericcio. Il silenzio è rotto solo dal vento e dal cinguettio allegro, qualche voce in lontananza. È difficile ora pensare alle fratture, ai sommovimenti, alle fatiche dei nostri tempi. Può il silenzio raccontare del latte mal retribuito, del lavoro e della vita precaria o della noia affollata dei bar? Dei pochi bambini che nascono, di gente in costante partenza? Sì, il silenzio sa raccontare.

Le case che sonnecchiano lungo la strada racchiudono tante storie frastagliate. Siamo anche noi l’occidente del mondo con tutte le sue contraddizioni e le parole d’ordine: spopolamento, progettualità, riconversione. In questo spicchio di Sardegna accogliamo mode e innovazioni da sempre: già negli anni Trenta portavamo i nostri Santi in processione, sos inghìrios, in lussuose macchine d’epoca. Qui la periferia non la senti. I servizi e i negozi dei palazzi sassaresi stanno a poca distanza, così come il mare blu della costa occidentale. D’inverno, a crepitare, sono rimaste quasi solo le stufe a legna e a pellet.

Non racconterò la grande piazza e il suo viavai, non riarmerò telai, ferri per tosare, le genealogie di cavalli o avventure calcistiche, non guarderò la provincia dalla sedia del barbiere o dal mercato.

Ci sono luoghi e momenti dove sei a casa perché racchiudono tutti i passaggi della vita. La puoi menare a lungo sulla laicità e sul sincretismo, ma tutti siamo passati e passeremo infinite volte tra i marmi della chiesa parrocchiale, quel Gotico che luccica bianco nel centro storico: San Giorgio e la sua danza circolare fatta di matrimoni e battesimi, di funerali. Qui lo senti l’odore della parentela, lo senti nei momenti di gioia o dolore, quando puoi seguire le tracce del divenire costante della tua grande famiglia.

La seta degli abiti nuziali nei suoi tagli moderni ben si abbina ai simboli e ai riti che ancora pratichiamo. Il pane degli sposi, bianco e lucido, è ricamato con motivi antichi e benaugurali: fiori e pavoncelle. La lavorazione è lunga e articolata, queste ceramiche di pane decorano le tavole dei pranzi nuziali e, finiti i festeggiamenti, faranno bella mostra nelle credenze, mangiarli sarebbe un sacrilegio. Dalle stesse mani prendono forma le corone nuziali. Gli sposi lasciano le rispettive case con la benedizione privata delle madri e poi di due bambine, dritte come fusi sopra le sedie ai lati della porta. Coroncina di pane in testa. Piatto in mano. Grano e petali di rosa e menta piovono sugli sposi e, infine, a volare e a rompersi in mille pezzettini sarà il piatto.

Le bambine, tolte le coroncine di pane, raggiungeranno i compagni di gioco. Quella stessa spensieratezza la si ritrova, specie nella bella stagione, lungo le strade e le piazze del paese. Quanti giochi, vociando allegri, inventano i bambini!

Infine, via Uguaglianza. Siamo moderni e disincantati, ma tanta è la cura e la bellezza dei semplici gesti che precedono la camminata per in su chelu che siat. L’attenzione nella scelta degli abiti, perché se il morto non è soddisfatto, ricompare: titia, ite fritu. E allora si dovrà donare qualcosa a chi ha bisogno. Gli specchi sono coperti, la porta è aperta e il paese, con tutte le sue storie, si riversa in quella camera a rimarcare l’appartenenza del defunto. Qualcuno siede, altri si spostano nella stanza a fianco per bere qualcosa. Tutti raccontano e più la giornata volge al termine, più compare spontanea la commistione tra riso e pianto. “A ti nd’ammentas cando l’aian nadu de mandigare solu peta bianca e issu s’aiat leadu e fatu còghere tres puddas intreas?!” Gli anziani al loro ingresso tolgono sa ciccia e la tengono tra le mani rugose di campagna e decenni di fatiche. Il senso della comunità si raccoglie nelle bandiere dei santi listate a lutto, nel suono grave delle campane, nello sfiorare leggero delle lapidi, delle foto, delle croci di chi riposa. In via Uguaglianza.

Nel 2020 nell’occidente del mondo, nel racconto che ci fanno di spopolamenti e crisi cicliche, gesti e parole sembrano ridare un contesto a chi vede le proprie vite srotolarsi in fili indefiniti e arcane fortune. Questi sono i luoghi e i luoghi sono parole.

Lucia Cossu è docente di storia e filosofia e da tempo lavora nel settore della cultura, occupandosi di letteratura, storia e premi letterari, coltivando un forte interesse per la cultura sarda. Attraversa la Sardegna organizzando e presentando centinaia di iniziative e manifestazioni legate alla letteratura, alla promozione culturale del territorio e alle tradizioni popolari. Originaria di Pozzomaggiore, è nata e cresciuta a Cagliari e da diversi anni abita tra Logudoro e Barbagia. 

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