Quale Sardegna dopo le Regionali 2019

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Fra poco più di duecento giorni, o pressappoco, circa 1,4 milioni di sardi andranno alle urne per eleggere un nuovo Consiglio regionale e, con esso, una nuova Giunta di governo. Con il loro voto potranno indicare in quali mani affidare le redini per guidare la Sardegna fuori dal pantano recessivo in cui, purtroppo, ancora si trova. Non sarà una responsabilità dappoco, anche perché il quadro politico attuale – assai frazionato e soprattutto molto litigioso al suo interno – non mostra d’avere delle proposte o degli orientamenti precisi sul da farsi.

Infatti, sembrerebbe non interessare molto la situazione odierna dell’isola che, analizzata nel quadrante socio-economico regionale, appare particolarmente precaria. Si direbbe, ancora meglio, assai preoccupante, visto il permanere di settori e di aree in continuo e forte declino. Ci sono numeri, dati, indici che fanno impallidire, ma sui quali quasi nessuno, fra i politici, ha qualcosa da dire, da commentare. Al contrario, si sostiene, si proclama e talvolta si urla che occorra cambiare, senza però dire come, dove e quando.

Né sembra preoccupare che si sia stati retrocessi dall’UE all’Obiettivo Uno, cioè fra le regioni europee più in ritardo nello sviluppo. Anzi: per taluno (e non uno qualunque) è stato visto come un fatto positivo, perché comporterebbe un aumento degli aiuti comunitari. Senza però saper dire e proporre cosa farne.

Intanto, per quel quadro che tanto preoccupa, spicca il fatto che il prodotto pro capite abbia perso circa venti punti percentuali sul Centro-Nord, denunciando che ormai la Sardegna proceda sempre più lentamente dell’altra Italia, divenuta così un’aspirante maglia nera nel plotone degli ultimi. Né si fa qualcosa per impedire che ogni anno lascino l’isola migliaia di giovani, con in tasca una laurea e con la voglia di farsi avanti nella vita, opzione che localmente, nella loro terra, non viene loro concesso (ormai quasi sei giovani su dieci sono in cerca di lavoro).

C’è dunque la necessità, e l’urgenza, di far qualcosa per risalire la china, per lasciarsi dietro le spalle le troppe difficoltà dell’oggi. Ed è questo un impegno primario della politica, cioè di chi sarà chiamato a governare quest’isola che ha un profondo e chiaro bisogno di riformare, innanzitutto, il suo sistema produttivo. Indipendentemente che siano di sinistra o di destra o di qualsivoglia altra costellazione i nuovi governanti. Perché se il prodotto pro capite è nell’isola sotto i 19mila euro, altrove, nel Veneto, è oltre 35mila; perché se la produttività della nostra agricoltura è indietro del 35% su quella del Centro-Nord e per l’industria il rapporto risulta ancora più penalizzante, raggiungendo il 53%, significa che c’è assoluta urgenza di introdurre dell’innovazione nei processi produttivi e nei prodotti da offrire sui mercati. Si è infatti dell’avviso che la Sardegna non si potrà consentire più a lungo una dipendenza così penalizzante e così forte: oggi l’import ha raggiunto gli oltre 6mila euro per abitante, dai 2mila del 1999: tre volte tanto!

Sono dati che nella loro icasticità denunciano impietosamente un preoccupante default economico. Certo, per risanarlo potranno essere differenti le terapie da adottare, ma non certo i risultati da dover conseguire. Ed indicano con chiarezza che quanto fatto finora con il “format” dei bandi, delle lunghe procedure approvative ed i lunghissimi tempi per l’erogazione di aiuti e assistenze (talvolta addirittura giunti “a babbo morto”), va radicalmente cambiato. Introducendo, ad esempio, meccanismi semplici ed automatici come i vantaggi fiscali su investimenti e assunzioni. O qualcosa che stabilisca dei tempi certi per ottenerne il godimento. Iniziando con il ridare alla macchina burocratica quell’efficienza e quella capacità necessarie per non vanificare le misure ed i provvedimenti disposti.

Altrettanto andrebbe fatto per la strumentazione finanziaria che è certamente, per consolidato giudizio, l’agente principale per promuovere e sostenere lo sviluppo: la Regione non può certamente continuare ad appaltare ad altri la politica creditizia, siano essi i banchieri modenesi od i filantropi della Fondazione di Sardegna.

C’è dunque bisogno di realizzare una decisa ed efficace politica dello sviluppo. Che presuppone che s’introducano misure e strumenti capaci di “tirar sù” le nostre produzioni, quelle dei campi come quelle delle fabbriche. Offrendo così più occupazione e coesione sociale. Si tratta di portare l’attenzione sul terreno dell’innovazione, introducendo delle misure che incidano sull’ambiente istituzionale. Cioè su quel che l’istituzione pubblica può e deve fare a sostegno ed a favore delle attività d’impresa, in moda da liberarle dalle tante diseconomie che oggi le costringono ad una condizione di eterno “nanismo” o, addirittura, a dover defungere.

Nell’agenda elettorale del 2019 c’è dunque da auspicare che si possa avviare un fertile e composito dibattito sul “cosa è meglio fare”, anziché utilizzare l’abusato refrain del “vai via tu che mi ci metto io”. È evidente che le diverse coalizioni, i partiti ed i movimenti che intendano sfidarsi alle urne debbano già da ora prepararsi, attrezzarsi, mettere insieme idee e progetti validi ed efficaci su cui chiedere il voto agli elettori.

Non è il momento delle diserzioni o delle confusioni. E neppure quello delle ammucchiate. Quel che è avvenuto nelle “politiche” del 4 marzo scorso può servire da avvertimento e da monito. Perché quel 42% di consensi che i sardi hanno dato ai pentastellati è stato un voto chiaramente “populista”, nel senso che con esso hanno inteso esprimere una decisa protesta per non sentirsi efficacemente rappresentati e tutelati (se non addirittura traditi) dall’establishment al potere. Cioè si è trattato di un voto decisamente “contro”. Perché il populismo rappresenta, per definizione, la denuncia di una carenza di sana e vera democrazia, cioè la mancanza di una efficace e riconosciuta rappresentanza politica.

Nel febbraio del 2019 vorremmo che i sardi potessero esprimere un voto “per”, e non più “contro” qualcosa o qualcuno, in grado di poter scegliere responsabilmente, innanzitutto, l’idea di Sardegna più vicina alle loro aspirazioni ed alle loro attese. Si vorrebbe quindi, o, almeno, si auspicherebbe che pervenissero, da parte dei rappresentanti della politica, dei segnali chiari che confermino la loro piena disponibilità per un impegno virtuoso che sia volto a riportare la Sardegna nell’area della crescita e dello sviluppo, attraverso quello che un tempo si chiamava “della rinascita”, e che oggi potremmo definire “della riscossa”. Perché un nuovo voto che fosse solo “contro”, rischierebbe di far precipitare l’Isola in un inferno sociale.

Paolo Fadda

 

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