Quando mio nonno (forse) salutò Emilio Lussu che andava al confino a Lipari

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Emilio Lussu, con Carlo Rosselli ,al centro, e Francesco Fausto Nitti

Ho sempre pensato che fosse mio nonno quel pescatore che salutò Emilio Lussu, mentre lasciava Cagliari, diretto al confino di Lipari, dopo l’aggressione squadrista e l’uccisione del giovane fascista che aveva tentato di entrare nella sua abitazione. “Viva Lussu! Viva la Sardegna!”, e poi fu accerchiato da uomini armati.

Era il 1926. Lussu andava per i 36 anni, mio nonno, classe 1901, ne aveva 25. Allora il fascismo si fece definitivamente regime e, dopo aver assorbito i sardisti, si era scagliato contro gli oppositori più tenaci.

Lussu era un mito e tra i lussiani – questo è sicuro – c’era mio nonno. Di quell’ultimo saluto non ha mai parlato e dunque è probabile che la mia ipotesi non corrisponda alla realtà. Se non è vero è però verosimile che Francesco Podda – ma tutti lo chiamavano Efisio, Fisinu – possa essere stato il protagonista di quella coraggiosa scena.

Io lo ricordo mentre riparava le reti con un grande ago, seduto a terra, la maglia trattenuta dalle dita dei piedi. Un funambolico gioco di equilibrismi, un’assoluta stupefacente performance. Era piccolo di statura, sorriso buono, mite. Di pomeriggio, elegante, col berretto, prendeva posto al tavolo di un caffè di Via Roma, sempre lo stesso, si rilassava guardando il passeggio, prima di un’altra notte di lavoro. Storie del quartiere Marina, di lussiani sentinelle del golfo.

Due famiglie di pescatori. I Podda che, senza perdere il contatto con il mare, sono diventati giornalisti, medici, professori universitari. E i Gatto con radici a Cetara, Costiera amalfitana. L’altro nonno, Attilio, classe 1903, aveva il magazzino in via Porcile, una delle tante strade che scivolano verso il porto. Era lì che lui rammendava le reti, stesso lavoro, stesso strumento, un enorme ago, quasi una bacchetta magica. Qualche colpo da maestro e l’intelaiatura del tramaglio come nuova, tra geometria e poesia.

Il magazzino era come un antro, un labirinto capace di scatenare la fantasia d’un ragazzino, una biblioteca di babele con montagne di reti al posto di libri. C’erano stanze in semioscurità e stanze buie, un museo della pesca riservato agli addetti ai lavori. C’era un cortiletto nascosto, in cui il nonno e gli altri portavano le prede più ambite, maestosi abitanti del mare. E c’erano i remi, lunghe lance di legno che sembravano fatte apposta per tenzoni marine, singolari sfide all’arma bianca.

Il nonno – gran depositario dei segreti del magazzino – riparava le maglie offese dal mare con una capacità che veniva dalla Cagliari dei tempi andati, dalla cultura di generazioni di pescatori. Le reti erano creazioni perfette, squadrate e scure, attorniate dal rosa poroso dei sugheri circolari. Era un’opera d’arte che il tessitore finiva e rifiniva. Ore, giorni, anni di lavoro, divorando la vita fino all’ultimo istante.

Poco prima di morire – minato da un cancro alle ossa – il vecchio Attilio si alzava faticosamente dal suo letto e, con l’energia che gli saliva dalla straordinaria forza di volontà, vinceva i lancinanti dolori del tumore e non rinunciava per nessuna ragione al mondo al rapporto primordiale con le sue reti. Aveva avuto cinque figli, tutti maschi, nati tra il 1929 e i primi anni trenta. Erano sopra il metro e settanta, il più giovane uno e ottanta. Giganti per l’epoca. Pescatori e pescherie, ma anche un box allo storico mercato di Santa Chiara.

Percorsi e conoscenze che s’intrecciavano. Chi proseguiva il mestiere, chi se lo portava appresso come valore aggiunto in altre professioni e attività culturali. E poi quel poeta. Stesso naso, stessi occhi del ramo familiare che veniva dalla Costiera. Lui Alfonso Gatto, io Attilio. Lui di Salerno. Il bisnonno, che aveva lasciato la Campania per la Sardegna, di Cetara, provincia di Salerno. No, non credo fossero parenti. Ma quanto mi sarebbe piaciuto conoscere il grande poeta. Poi la notizia dell’incidente. Era l’8 marzo del 1976. Uscivo da lezione, all’Università. Come fosse uno di casa. Un numero ci univa, il 17: lui nato il 17 luglio 1909, io il 17 ottobre 1955.

A Cetara poi ci sono andato. “Buongiorno, Gatto”, “Buongiorno, Gatto”. Tutti Gatto. Almeno sei, sette famiglie. Un paese di duemila abitanti, ai piedi d’un monte, una spiaggia, delle barche. Un incanto. Sembrava il set de Il postino, con Troisi, la Cucinotta e Noiret, nella parte di Pablo Neruda. Girato tra Pantelleria, Salina e Procida. Posti con le stesse sfumature di colori. Luoghi d’accoglienza. Insomma, porti aperti. Coste che abbracciano, liberano spazi. Che invadono le stanze del cervello. Cetara, la terra degli avi, le radici. Cagliari, l’approdo, la memoria, il quartiere Marina, il cinema a due passi da casa. Una sera davano Il Gattopardo, film magnifico, grande affresco, ma non avevo calcolato i tempi. Alla radio c’era un appuntamento con il calcio, si parlava del Cagliari. Avevo una decina d’anni, nessun dubbio. Ho abbandonato Burt Lancaster e Claudia Cardinale, nel bel mezzo del gran ballo e mi sono buttato sulle gesta di Gigi Riva. Diversi mondi, sogni diversi. Ma sempre grande spettacolo, danza, armonia, scena per attori di talento che subito c’incantano e poi riaffiorano nell’album dei ricordi senza tempo.

Attilio Gatto

 

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