Quell’incontro con Dario Fo sulla Sardegna, il teatro e le ragioni dell’impegno

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Dario Fo

“Teatro politico? No, il mio è teatro classico.”

Così Dario Fo, anni prima che gli fosse assegnato il Nobel. C’incontrammo al teatro tenda di Piazza Mancini, a Roma, dove si rappresentava un clamoroso successo, Quasi per caso una donna: Elisabetta, la figura di Elisabetta I d’Inghilterra tra dramma e comicità. Protagonisti naturalmente lui e Franca Rame.

Ancora Fo:”Il teatro politico è un’idea schematica che, per quanto mi riguarda, molti critici e accademici si sono inventata. Sì, è vero, c’è un teatro pamphlettario ed imbecille, fatto di comizi sceneggiati, in gran parte senza dialettica, senza dubbi e senza conflitti. Io non l’ho mai fatto. Non diciamo perciò teatro politico, ma teatro che parla dei nostri giorni, delle nostre contraddizioni, della nostra vita.”

Come nel ‘73. Dario Fo era in Sardegna, dopo il colpo di Stato di Pinochet. Metteva in scena Guerra di popolo in Cile.

“Come potrei dimenticare quella trasferta? È stata la prima e l’unica volta che sono andato in galera come ospite e non come visitatore.”

Era il 9 novembre del 1973 quando Dario Fo fu arrestato a Sassari per essersi opposto all’ingresso degli agenti in sala.

“Certo, era una provocazione, facevamo credere al pubblico che in quel momento, in Italia, ci fosse stato davvero un golpe. Con i poliziotti tutto sarebbe saltato, poteva essere anche pericoloso. Perciò abbiamo fatto barriera, il nostro statuto di circolo privato ci dava ragione. Ma mi hanno arrestato ugualmente. E allora la gente reagì. Fu bellissimo: un sit-in di migliaia di persone davanti al carcere. La solidarietà dei sardi.”

L’arresto di Dario Fo, il 9 novembre del 1973 a Sassari, fu seguito da tutta la stampa nazionale. La notizia sul quotidiano “Il Tempo” di Roma

Poi il grande clamore nazionale, la libertà dopo qualche ora e lo spettacolo a Cagliari, al Teatro Massimo. Ma il momento più esaltante fu l’incontro con Mistero Buffo, il capolavoro di Dario Fo. I racconti che vengono dalla tradizione popolare, dai “fabulatori”, dalla cultura delle classi subalterne, dai giullari non cortigiani che smascheravano prevaricazioni e atrocità del potere. E lo stupore fu la lingua, il grammelot, l’impatto di parole e suoni, di significanti e metafore. Fo e la sua compagnia aprirono un mondo a Cagliari, recitando all’ingresso della facoltà di lettere, mentre gli spettatori avevano trovato posto sulla scalinata, come in un teatro greco.

Teatro classico, dunque. In fondo cos’è un classico se non chi, facendo anche critica della società e del costume, riesce a leggere così lucidamente i conflitti della propria epoca da resistere nel tempo?

Ma anche teatro tragico, l’unico vero tragico che ci resta, il grottesco.

Attilio Gatto

 

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