“Riapriamolo ai grandi eventi”: la campagna elettorale sulle macerie dell’Anfiteatro romano

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Intervento di Francesca Gallus, ingegnere civile per il Ministero dei Beni culturali, e Francesca Mulas, giornalista e archeologa, candidate con la lista civica “Donne con Francesca Ghirra” per le elezioni del rinnovo del Consiglio comunale di Cagliari del 16 giugno.

Riapriamo l’Anfiteatro romano di Cagliari, riportiamoci dentro i grandi eventi che hanno animato le estati cagliaritane di qualche anno fa. Come a Taormina, come a Verona. E’ la proposta, rilasciata a un quotidiano locale, di Paolo Truzzu, candidato sindaco di centrodestra per le elezioni comunali di Cagliari del prossimo 16 giugno. I grandi eventi all’Anfiteatro: Goran Bregovic, Franco Battiato, Francesco De Gregori, Vinicio Capossela e altri grandi nomi hanno calcato lo splendido scenario del monumento nel cuore della città. Chi immagina questo scenario, chi promette i grandi concerti all’Anfiteatro sa bene che non accadrà mai più. Per un motivo semplice, il monumento, costruito tra il I e il II dopo Cristo, è fragile, fragilissimo: niente più passerelle, niente più gradinate, niente più spettatori che a migliaia ci si affollavano sopra, ne va della sopravvivenza stessa del sito, che prima di essere uno spazio per spettacoli è un bene culturale tutelato dalla legge. E se oggi l’Anfiteatro è in queste condizioni non è colpa del tempo ma di una scellerata azione messa in piedi vent’anni fa.

Torniamo indietro di vent’anni, al 1999. Fino ad allora il monumento ospitava spettacoli per un migliaio di persone, soprattutto jazz, lirica e musica leggera, sfruttando la sua conformazione naturale. Ma quell’anno il Consiglio comunale di Cagliari (il sindaco era Mariano Delogu, centrodestra) approva il progetto dell’allora soprintendente del Teatro lirico Mauro Meli di ricoprire il monumento con gradinate di legno e metallo per moltiplicare i posti e far accomodare cinquemila spettatori paganti. Sono sei miliardi di vecchie lire che arrivano con fondi straordinari messi a disposizione per il Giubileo. Il progetto iniziale parla di strutture amovibili, leggere e da smontare alla fine dell’estate, e la Soprintendenza archeologica e la Regione Sardegna danno il consenso. Altro che amovibili, altro che leggere: per fissare “la legnaia”, così viene battezzata di lì a poco (“L’anfiteatro, quello coi tavoloni”, si leggeva in un manifesto della compagnia La Pola), servono trapano e viti che perforarono la pietra. Un battagliero Comitato per l’Anfiteatro che raduna migliaia di cittadini cerca di fermare i lavori senza successo, mentre il sindaco definisce personalità come Giovanni Lilliu e Antonio Romagnino, tra i più forti oppositori del progetto, degli “sfaccendati”.

E al termine della stagione degli spettacoli la legnaia non viene smantellata, visti i costi insostenibili per le casse comunali, ma rimane lì. Non per qualche mese, ma per dodici anni. Inutili gli appelli di ambientalisti e operatori della cultura, inutili le interpellanze in Consiglio regionale. E per anni la Soprintendenza chiede al Comune di togliere le strutture anche per via giudiziaria. Nel 2006 arriva pure una sentenza del Tribunale amministrativo regionale che da ragione alla Soprintendenza. Ma il Comune non ha soldi per il costosissimo lavoro. Fino al 2011, quando la nuova giunta comunale (il sindaco è Massimo Zedda, centrosinistra) recupera circa due milioni di euro per l’Anfiteatro. Una volta rimossa la legnaia si contano i danni: la pietra calcarea, che ha resistito ai millenni, è gravemente compromessa, serve un delicato, lungo e costoso progetto di restauro che ancora oggi è in corso. Mentre i restauratori sono al lavoro il sito oggi è aperto ai visitatori.

Oltre al rispetto per il delicato monumento, ci sono poi ragioni di sicurezza per spettatori e artisti che impediscono una fruizione più massiccia: sono legate alle norme dei Vigili del Fuoco, che dettano le misure necessarie per l’evacuazione in caso di pericolo e per l’installazione in sicurezza degli impianti necessari a qualunque spettacolo dei giorni nostri. Sbaglia chi semplicisticamente afferma che una struttura nata per lo spettacolo deve ospitare spettacoli anche duemila anni dopo. Intanto perché lo spettacolo ai tempi dei romani non aveva quasi nessuna parentela con quello dei giorni nostri, dato che assistere al massacro di esseri umani ad opera di belve feroci è contrario ad ogni etica attuale. E poi perché non vi è nessuna predisposizione strutturale per la messa in opera di impianti da migliaia di watt utilizzati oggi per le macchine sceniche, gli effetti di luce e la fruizione sonora.

Non dimentichiamo inoltre che il nome Anfi-teatro indica un catino chiuso con palco circondato completamente da gradinate. La struttura che oggi vediamo somiglia invece a un teatro, che prevede la fruizione frontale di un palco da una mezzaluna di posti a sedere. Il nostro anfiteatro è stato costruito sfruttando in parte la naturale disposizione del banco roccioso ed era completato, nella parte che oggi guarda verso il mare, da anelli in muratura. Il lavoro dei secoli ha fatto crollare le strutture aggiuntive. Quel che ci resta, insomma, è un monumento menomato, e se, e quando, verrà restituito alla fruizione di spettacoli dal vivo lo potrà essere solo in parte, nella sua conformazione attuale, lontanissima da quella originaria.

Potremo forse usarlo come quinta per cinquecento, mille spettatori, come accade nello splendido teatro di Nora, suggestiva ma da rispettare come lacerto di una cultura antica, lontana quanto lo siamo noi dai suoi costruttori. Lo abbiamo salvato una volta, non permetteremo che lo distruggano una seconda.

(la foto è di Dietrich Steinmetz)

 

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