San Vito, il paese di Luigi Lai

di Giuliana Pili. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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San Vito

Quando mi chiedono quale sia il mio paese e rispondo San Vito, mi chiedono dove si trovi. Vorrei dire che si trova nel Sarrabus, ma ho paura che la domanda successiva sia: dov’è il Sarrabus? Così per non farla troppo lunga rispondo che è vicino a Muravera. Ma non è sulla costa, giusto? No, non lo è ma è il paese dove è nato Luigi Lai. E subito quasi tutti mi chiedono chi sia. Il più grande suonatore di launeddas vivente. Ma quale, quello che suona per Sant’Efisio? Sì lui. Ho capito. San Vito non è sulla costa però è il paese di Luigi Lai.

È anche il paese dove sono nata io e molti dei miei avi. E c’è un Viale in onore di un cugino di mio nonno. Viale Emanuele Pili. Che forse il nome potrebbe non dire niente ma è stato procuratore generale della Repubblica di Palermo amico di Michele Greco, ma di questo non ne vado fiera, giudice della Corte Costituzionale in un periodo buio per il nostro Paese. Da bambina ho sentito molto parlare di lui in famiglia, lo chiamavano su cummandadori.

Su cummandadori aveva un fratello, Tommaso, che non era mai andato a scuola e aveva studiato da autodidatta diventando interprete. Tommaso conosceva l’inglese ed era stato assunto alla miniera di Monte Narba come interprete.

A San Vito c’è questo villaggio minerario, Monte Narba. Era un importante giacimento di piombo e argento dove lavoravano tante persone. Un vero e proprio paese con tante case, l’ospedale, la laveria, l’officina e poi c’era questa villa, villa Madama dove abitava il direttore della miniera con la sua famiglia. Oggi ci sono solo le rovine, ma miracolosamente sopravvivono, tra rovi e detriti, i soffitti affrescati. Si racconta che li avesse dipinti un maggiore austriaco prigioniero a Monte Narba durante la Prima guerra mondiale.

Monte Narba è la storia di San Vito e sparisce lentamente giorno dopo giorno. Lì, sulla strada per andare alla vecchia miniera, ci sono le domus de janas. Quante volte da bambina chiedevo a mia mamma di raccontarmi la storia delle fate che vi abitavano. E ogni volta la storia si arricchiva di particolari. Mamma raccontami delle fate. E come mai abitavano in case così piccole? E perché non c’è il caminetto? Come si riscaldavano? E tu mamma le hai mai viste? E babbo? No diceva, non eravamo ancora nati. E i nonni, allora? Neppure loro. Ma secondo te mamma assomigliavano alla fata di Pinocchio? E chi lo sa.

E io le immaginavo e quando il maestro ci portava in gita a visitare le domus de janas speravo di vedere sbucare da un momento all’altro una fatina con in mano la bacchetta.

Un’altra storia che mi piaceva ascoltare era quella della montagna di Monte Lora, che ricorda il volto di profilo di una donna. La chiamano il volto della signora. C’è una leggenda, che la voleva come il luogo in cui Mosè attraccò l’arca dopo il diluvio universale. Sembra strano visto che a San Vito non c’è il mare, ma le leggende sono così.

Sotto Monte Lora c’è la chiesetta di San Giorgio e a maggio si fa una festa in suo onore. Con la processione che parte dal paese accompagnata dalle launeddas del maestro Luigi Lai e dei suoi allievi. E lo so che potrebbe essere una festa campestre come molte ce ne sono, ma per San Vito è un’altra cosa. È l’atmosfera. Sono i balli. È la spensieratezza di una scampagnata ai piedi della grande signora. Al di là di quel fiume che tante volte con la sua furia ha messo in ginocchio il paese.

Gli anziani ricordano le piene del Flumendosa, i morti. L’alluvione del ’51 dicono. Mi ricordo ancora. Quel carro portato via dall’onda. Passarono dei giorni prima che ritrovassero i buoi morti. E solo dopo quei quattro padri di famiglia che avevano tentato di attraversare prima che l’onda portasse via il ponte di Brecca. San Vito è così. Un paese come molti ce ne sono. Non c’è il mare a San Vito ed è vicino a Muravera.

Si respira un’aria di nuovo al di là del ponte, un quartiere nato alla fine degli anni novanta con le villette col giardino attorno. E poi invece dopo il ponte più su ti ritrovi in un altro mondo. Le case in pietra coi portoni ad arco. Le strade strette che se incroci una macchina ti devi stringere al muro pigiata come una fetta di mortadella perché se no ti potrebbero investire. L’erba che cresce tra i ciottoli smossi. Dove quasi tutti si conoscono e dove quando ti parlano di qualcuno che non conosci, la prima cosa che chiedi è chi siano il padre e la madre. E se ancora non è sufficiente chiedi il soprannome della famiglia. Se ti incontrano alla posta o dal dottore ti scrutano per un po’ e poi ti dicono, chi sei tu? E dopo aver detto il nome, dicono ma tuo babbo era per caso il figlio di… Ecco, mi sembrava un viso noto. Lo sai che siamo parenti?

Questo fatto di essere tutti parenti o parenti di parenti o chissà che grado di parentela mi fa sentire un senso di appartenenza che è quello che mi ha fatto decidere di restare qua. Ed è perché qualche volta il tempo sembra essersi fermato, che si continuano a seguire le regole, quelle fatte tanto tempo prima, prima che qualcuno avesse pensato di poter cambiare le cose.

Giuliana Pili è nata a San Vito. Ha sempre vissuto a San Vito e si è spostata solo per frequentare l’università. Si è laureata in Scienze politiche. Da bambina diceva che da grande sarebbe andata a vivere lontano lontano e poi invece è tornata lì dove tutto è iniziato. Le piace fare i dolci, scrivere e chiacchierare con i vicini di casa.

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