Sarrock’n’roll, il paese che rotola

di Ester Cois. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis

0
852

Quando la signora Maria fu costretta ad affacciarsi al balcone della sua casa, non lontano da Piazza Sa Ruxi, per smentire definitivamente con la sua esposizione corpore praesenti la voce che fosse morta, quel pomeriggio, e rinnegare perfino i rintocchi della chiesa di Santa Vittoria, forse non ricordava che a pochi passi da quello stesso incrocio, molti anni prima un’altra donna – moglie del gerarca fascista locale – si era affacciata al suo balcone, per gettare per strada tra gli anatemi le sue suppellettili lussuose, i vestiti di sartoria commissionati a Cagliari, urlando: “Cose fatte del sangue dei sarrochesi, non ne voglio più!” E nel gioco del tempo a ritroso, a entrambe sarebbe bastato un quarto d’ora a piedi per raggiungere da quel crocevia centrale il nuraghe de Sa Dom’e S’Orcu, pietra su pietra liberamente accessibili e mirabilmente conservate, nonostante ci si andasse a fare catechismo nella calura estiva, perché “agli dei di terra e di mare mica importa, dove li evochi”, ci diceva il maestro Paolo.

Appena sotto, la vista spaziava sulla periferia di “Tonara”, il vicinato in collina forse riappropriato per toponomastica e insediamento dai pastori in transumanza verso il Sud dell’isola, prima che il Novecento aprisse l’epoca dei padroni, a Sarroch. Prima Don Peppicu Siotto, il notabile e giudice che aveva fatto costruire la sua Villa per sovrastare il contado e custodire dall’insufficienza di lignaggio circostante le sue due figlie, Donna Chiarina e Donna Vincenza, almeno durante i mesi estivi, quando il palazzo di Via dei Genovesi a Cagliari diventava troppo opprimente per soddisfare l’anelito di spazi aperti e di aria buona. E poi, dopo quello Ancien, di sangue, il Nuovo Régime, quello della politica di sviluppo per poli industriali dell’altra metà del secolo, incarnato dai gessati doppiopetto di Angelo Moratti e dalla sua raffineria, la Saras, dal 1962 inestricabilmente legata alla fisiognomica e all’anima del paese, scambiata per baratto proprio con l’aria buona.

E se la stradina privata che collegava Villa Siotto a Pratz’e Cresia – per permettere alle signorine di partecipare alla messa dell’alba – sanciva il loro privilegio a percorrere altri passi rispetto a quelli dei paesani, il contrasto mai sanato tra Sacro e Profano si replicava con le ciminiere del petrolchimico, la cui fiamma imperitura di per sé celebrava il culto del posto fisso, e dello stipendio sicuro su questa terra, competendo con il campanile della chiesa nuova – sulla stessa piazza, a pochi metri dalla prima parrocchia convertita a biblioteca – che poteva promettere solo ricompense extraterrene, e incerte.

Lo skyline iridescente delle cattedrali gotiche di tubi di sublimazione degli idrocarburi e delle conche numerate dei serbatoi di raffreddamento introduce sin da allora all’abitato, e ne profila il mare con la sua sagoma sfilacciata dai fumi sulfurei. Ma non tutto. Risalendo lungo la costa, ancor prima delle frazioni balneari di Perd’e Sali e Porto Columbu, che sono villaggi di seconde case con tutti i crismi, c’è Sa Punta. Non ho mai capito se il nome fosse dovuto alla forma a dito concupiscente, sull’acqua, di questa spiaggia, o ai frammenti di pietra acuminata della sua battigia, che si conficcavano a fondo nella schiena e nelle gambe, mentre si aspettavano i ricci appena pescati da mangiare sul posto, come fastfood miracoloso a metro zero. Ma questo era prima della riqualificazione dell’area, di cui oggi resta – accanto alle panche e ai tavolini eco-compatibili – il frammento della torretta militare di guardia, “Batteria”, un rudere carnascialesco segnato da decenni di inconsapevole street art.

Da questo stesso mare arrivarono nel nono secolo avanti Cristo i primi visitatori, che oggi forse sarebbero chiamati turisti esperienziali o colonizzatori, a seconda. I Fenici, a cui è suggestivo credere che il paese debba ancora il suo nome, da Sharak, o grappolo d’uva. In effetti le vigne non sono mai mancate, come i frutteti di peri menzionati anche dall’Angius Casalis, nel paese prima del paese, l’agro-town non ancora cittadina-fabbrica circoscritta da una miriade di piccole e grandi proprietà agricole, ancora fertili, nonostante tutto. Oppure riconvertite in spazi pubblici di scambio, di merci ed euforia: fianco a fianco, la piazza del mercato, come cellula dormiente tranne il mercoledì, e lo stadio di calcio, il “Mario Tiddia”, dedicato all’amatissimo ex-giocatore e allenatore di un Cagliari minore, che proprio dalla postura contadina, come Cincinnato, aveva ricavato il proprio nome d’arte.

Sarroch è un paese di pietre che rotolano. Spesso lanciate in accelerazione da altre epoche e oggi incastonate in edifici, storie, luoghi dove trovano mìmesi. Pietre che continuano a contendere al metallo il primato della propria ossatura, finendo per accettarsi come un organismo ibrido, spesso a malincuore. Pietre sonore che, se solo attraversate dal Maestrale o dal Libeccio, ripetono narrazioni alternative, una controstoria in filigrana rispetto alla nomea di paese perduto al gas, alla subalternità all’olfatto compromesso di una vista ancora prodigiosa, quando, ogni mattina, da Sa Rocca ‘e Mont’e Gravellusu – forse vera madre del suo nome – Sarroch ricomincia a rotolare, insieme al nuovo giorno.

Ester Cois

E’ su questo pianeta da un Novembre del millennio scorso, e ha passato gran parte della sua vita a cercare di non perdersi, per i primi 19 anni a Sarroch e poi nel resto del mondo. Anche per questo insegna Sociologia Urbana all’Università di Cagliari, e per sicurezza si muove prevalentemente con i mezzi pubblici. Ha un Dottorato in Ricerca Sociale Comparata sui temi dell’uguaglianza di genere, il che spiega la sua passione per le distopie, i futuri alternativi e la sua collezione completa di Urania. Ama il rosso in tutte le sue declinazioni, cromatiche, tricologiche e politiche.

Nessun commento

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here