Seneghe, dove il ballo è una cosa seria

di Giovanna Cubeddu. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Seneghe vista dalla campagna. Foto di Giovanna Cubeddu.

Se penso a Seneghe mi rivedo bambina, divertita sul trattore di zio, oppure adolescente, innamorata sul muretto di piazza Aldo Moro. O, ancora, in giro con le mie cugine per le sue stradine, avvolta nel calore del carnevale. Per ritrovarmi oggi, adulta, quando vado all’uliveto con mio padre.
Perché la verità è che anche se non ci sono nata né cresciuta a Seneghe, questo paese che io chiamo terra l’ho attraversato in tutta la mia vita, come lui attraversa me nel profondo. Mi scorre nelle vene, perché a questo piccolo borgo del Montiferru appartiene metà del mio sangue, parte delle mie radici.

Per questa ragione, oggi mi trovo qui a parlare di Seneghe, come luogo e rifugio paterno, come scenario di rituali e ricordi. Senza alcuna pretesa e con un pizzico di emozione, attraverso lo sguardo sincero di una mezzo sangue che nulla sa.

Descrivere Seneghe partendo da questa premessa è impresa difficile, perché difficile è scindere l’esperienza umana, personale e familiare, selezionare i ricordi e offrire in maniera oggettiva la descrizione del luogo.

Seneghe è raccolto ai piedi de su Monte, su una collina da cui svetta il campanile della chiesa di Santa Maria Immacolata, il cuore del paese. Qui le antiche case di pietra, caratterizzate da bellissimi fregi sugli architravi delle porte, si alternano alle costruzioni anni ’60 che dell’antico conservano poco. Sulle soglie gli anziani non mancano di osservare i movimenti lenti, le cose che non cambiano mai, il passaggio dei soliti volti e l’arrivo di qualche “straniero”.

Le strade sono strette e in apparenza tutte brevi per me che, da piccola, pensavo portassero solo verso tre posti: casa di zio Checco, piazza dei balli, casa di zie.

Di bar ce ne sono tre, di fila, sulla stessa strada: un inno alla condivisione e alla socialità dove nel bene o nel male si fermano tutti, generazioni e sogni. Il quarto, il Bar Centrale, invece, è chiuso da tempo. Pare che al suo interno il tempo si sia fermato, come sospeso, nulla è cambiato. Per questo uno sguardo attento può riconoscerlo nei film di Paolo Zucca, scelto come scenografia ideale per rappresentare lo stereotipo del mitico bar dei paesini sardi.

Prendendo la strada che dalla scuola elementare costeggia la chiesa e la fontana con i cavalli in ferro, e voltando verso destra, ci si ritrova dentro Sa partza de sos ballos, piccola e raccolta. Questo è il luogo che fa da sfondo, in particolare, al Carnevale seneghese. Il Carnevale a Seneghe si distingue, infatti, per i suoi balli in piazza che iniziano il 20 gennaio – con l’accensione del fuoco in onore di San Sebastiano, patrono del paese – e si ripetono ogni domenica sera, per terminare con Sas Andatzas e con la serata conclusiva del martedì grasso. Sin dalle sue origini questo periodo di festa rappresenta anche un tacito rituale di ingresso nella società del paese: i ballerini muovono i passi sotto gli occhi vigili dei loro predecessori, nascono nuovi amori, legami e antipatie.

Ci si diverte sì, ma il ballo è soprattutto una cosa seria. Questo è quello che ho provato quando, sin da piccola, fremevo sulle note della fisarmonica. Perché la piazza è riservata ai ballerini. Perché devi seguire su cabodo, perché non puoi perdere il passo. E pur di imparare, mi rivedo a ballare timidamente con zia Doloretta ai lati della piazza, davanti a casa di sua madre, tzia Maria. 

Per chi non appartiene alla società seneghese ballare in piazza a Carnevale, rigorosamente nei momenti consentiti, è infatti un onore, quasi una concessione. Per questo, ricordo ancora l’emozione della prima volta in cui con zio Checco, il ballerino di famiglia, ho mosso i piedi a ritmo de su ball’e cantidu, non più in disparte ma finalmente come parte. Parte di questa comunità fatta di solide e antiche bellezze, di rigore e fatica: tanto chiusa in un ballo quanto capace di aprirsi al mondo attraverso la poesia.

Il paese, infatti, cambia veste all’inizio dell’autunno in occasione del festival di poesia Cabudanne de sos poetas – Settembre dei poeti. Seneghe è paese che si fa poesia: le sue strade si riempiono di cartelli colorati che riportano le parole dei poeti e la piazza dei balli diventa teatro che dà voce alle emozioni e al cuore. Così ricordo i versi dell’immensa Mariangela Gualtieri, la sua voce timida e forte, che rimbomba nella piazza e riesce a commuovere un pubblico attento e silenzioso che la ascolta rapito.

Questi ricordi, e tanti altri, sono per me Seneghe, nelle cose semplici che ci sono sempre state e sempre ci saranno: la raccolta delle olive, la vendemmia, i canti a tenore, gli spuntini al monte, le castagne nel fuoco, la carne buona, l’odore del pane caldo, i pascoli, i racconti tristi, le risate, le preghiere, le maledizioni, i miei antenati, le pietre, la luna. Tutta la magia di una terra, ma soprattutto di una comunità difficile da descrivere a parole e alla quale voglio e sento di appartenere.

Giovanna Cubeddu è nata a Cagliari da padre seneghese e madre cagliaritana, è laureata in Scienze Politiche e svolge, a Cagliari e in Sardegna, la libera professione di archivista.

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