Sestini, D’Amico e la politica che ruba l’anima alle fotografie

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Rubare una fotografia è un reato, anche quando viene “trovata in rete”. Lede il diritto d’autore e toglie al fotografo il giusto compenso per il suo lavoro. A questo molti fotografi si sono in qualche modo rassegnati, considerandolo un danno collaterale alla diffusione digitale delle immagini. Ma quando una foto che è diventata un’icona viene rubata da un politico e usata per dimostrare il contrario di ciò che il fotografo intendeva significare diventa difficile da accettare.

Si dirà che il vizietto del furto non è sconosciuto ai politici. E poi, che sarà mai una foto in confronto a 49 milioni di euro borseggiati per cui solo pochi si ostinano ancora a indignarsi? Non la pensa così il fotografo e reporter Massimo Sestini, che ha visto la sua foto, che è stata anche premiata al World Press Photo 2014, usata dal vicesindaco leghista di Trieste, Paolo Polidori, per illustrare un suo becero post su Facebook.

Polidori è salito agli onori della cronaca per aver gettato nel cassonetto (sbagliato) coperte e cappotto di un povero clochard rumeno, vantandosene su facebook e meritandosi una valanga di commenti poco amichevoli e anche una multa di 100 euro per conferimento improprio di rifiuti. Non pago di ciò ha pubblicato un altro post con il solito refrain caro a Salvini e ai suoi pappagalli ammaestrati: “La pacchia è finita”[…] “i sindaci che non rispettano le leggi votate e approvate dal Parlamento hanno solo paura di vedere il loro giocattolo che si sta rompendo“, illustrandolo con la foto di Sestini che era sembrata perfetta per la sua narrazione basata sull’invasione dei migranti.

Io quella fotografia l’ho regalata al mondo, per cause umanitarie”, ha spiegato Sestini al cronista di Repubblica. “Ho lavorato due anni per trovare un’immagine che raccontasse quei viaggi della speranza. Un politico non può usarla così, e soprattutto contro i migranti. E così io querelo e chiedo i danni”. Il suo avvocato Massimo Stefanutti, esperto di diritto della fotografia, ha istruito una causa per danni con richiesta di risarcimento di 30 mila euro.

Polidori avrebbe, secondo il legale, violato i diritti di riproduzione, quelli di comunicazione al pubblico e di distribuzione nonché la paternità artistica e morale della foto. Avrebbe usato l’immagine senza autorizzazione, senza inserire il copyright, consentendo la condivisione massiccia sui social. E, cosa più grave secondo l’avvocato, avrebbe anche violato il diritto morale dell’autore a scegliere quando e come una fotografia debba o possa essere utilizzata: in che contesto, con quale didascalia, con quali contenuti, accostando di fatto concetti e parole lontani dallo spirito dell’opera e attribuendo all’autore un pensiero che non gli appartiene.

È capitato ad altri in passato e, in questi giorni, anche Tano D’Amico, fotografo simbolo della sinistra, si è visto rubare una sua foto storica (quella di quattro donne che, davanti alla polizia schierata, difendono la loro casa di lamiere sulla Tiburtina a metà anni ’70) dai fascisti di Forza Nuova per la locandina di un corteo alla Magliana contro gli sfratti. Tano si è limitato a un fermo e garbato post su Facebook per condannare l’operazione.

Qui è in gioco non tanto il diritto d’autore come tutela del giusto compenso, ma il “diritto dell’autore” al significato che a quell’immagine aveva dato, un diritto morale che va oltre il danno materiale e monetario ma che entra in un campo purtroppo poco esplorato dalla nostra giurisprudenza. Osserva acutamente Michele Smargiassi su Fotocrazia “La novità di questa causa è allora un’altra. Che si invoca la lesione del diritto morale dell’autore, con danno al suo onore e alla sua reputazione, per difendere in realtà la reputazione di una sua fotografia”.

“Ogni fotografia – scrisse Susan Sontag– attende d’essere spiegata o falsificata da una didascalia” riconoscendo che essa, per sua natura, si presta ad opposte letture e molteplici visioni. Motivo in più per lasciare al fotografo, chiedendo il consenso alla pubblicazione, il compito di spiegarne il senso e di tutelarne “l’anima”, approfittando dell’occasione anche per ottemperare al non secondario dovere di rispettare la legge. Cosa che per troppi politici sembra un esercizio di competenza degli altri.

Enrico Pinna

Foto ©Massimo Sestini

 

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