Settimo San Pietro, un paese tranquillo

di Marco Mereu. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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Settimo San Pietro

Qualche decennio fa Pasolini fece un documentario dal titolo La forma della città, prendendo ad esempio la città di Orte, nel viterbese, e il suo profilo, oggi skyline, definitivo sino all’avvento di una certa edilizia “moderna” che lo ha compromesso irrimediabilmente.

Il profilo di Settimo San Pietro, da est a ovest, è rimasto intatto nel tempo, con la chiesa patronale e il suo maestoso campanile da una parte, e la collina de su Cuccuru Nuraxi dall’altra. Due elementi che si confrontano, quasi alla stessa altezza: il primo, d’epoca nuragica, secondo le ricostruzioni a torri trilobate, a protezione del pozzo sacro, simbolo del culto dell’acqua; il secondo di fine ‘600, con il campanile che si erge a simbolo del culto religioso cristiano. Tra questi elementi d’altezza uno spazio aperto, perché il paese si è sviluppato dalla chiesa parrocchiale verso est, nord-est, lasciando la chiesa in posizione eccentrica rispetto all’abitato.

Ecco, questa è un anomalia. A memoria, nessun paese ha la chiesa patronale, per altro unica chiesa del centro abitato, ai margini dello sviluppo insediativo. Per tutti, o quasi, la chiesa sta al centro, nel luogo d’incontro. Per i settimesi il centro del paese è l’odierna via Gramsci, ex via Nuova, per gli anziani sa riu. Perché ci passava il torrente de Is Cungiaus ora deviato lungo il canale coperto di viale Berlinguer. Il torrente ad ogni pioggia copiosa, tutt’ora si riprende il suo letto originario.

Nel 1956 la via e parte del centro del paese vennero invase dall’acqua. A rompere gli argini fu un altro torrente, riu sa Pira, che nasce nella pineta di Sinnai. Chi c’era racconta che dopo un’ora di pioggia incessante sulla via principale il livello dell’acqua arrivò oltre i due metri. Chi costruì a suo tempo lungo sa riu fu previdente: infatti, in alcune costruzioni storiche, si vedono ancora i muraglioni in pietra per più di due metri che fanno da basamento al proseguo della muratura in ladiri. Gli altri, senza questi accorgimenti, si trovarono l’acqua in casa.

L’allagamento del paese fu un fatto talmente anomalo che alla gara poetica della festa dell’Unità del 1956, Moi, poeta di Quartu, cantò:

Settimu fiat tot’ha unu lagu

cun personas e cosas infustas

de si salvai fiad su scoppu…

Nello stesso 1956 ci fu una anche una grande nevicata, ricordata come un momento di gioia, almeno per i più piccoli.

Nonostante gli allagamenti i settimesi continuano a frequentare sa riu, complice anche la Casa Dessy, antica casa in stile campidanese di proprietà del Comune, che ospita numerosi eventi culturali del paese.

Lo sviluppo del paese lungo l’asse est, è iniziato in epoca storica, ma è proseguito anche in seguito. Dagli anni ’70 in poi, con lo slancio della prima amministrazione comunista del paese, sono nati nuovi quartieri.

Quello che chiamiamo “il villaggio” è sicuramente il più importante, anche perché sorto in pochi anni e densamente abitato. Un altro è quello de riu Sa Pira, e la zona della stazione a nord della chiesa. Infine quello che chiamano “la Russia”, un’area che si è sviluppata attorno alle abitazioni Ina Casa, oltre su stradoni, che deve il suo nome alla fedeltà elettorale dei suoi abitanti agli amministratori del Partito Comunista.

A proposito de su stradoni, anche la sua costruzione fu un fatto sentito dai settimesi. L’attuale via San Salvatore, su stradoni, è una strada provinciale che aggira l’abitato di Settimo verso Sinnai, per la cui costruzione fu abbattuta, a cavallo tra gli anni ’50 e ‘60 del novecento, la chiesa di Santa Lucia. Una vicenda a detta dei paesani poco chiara, anche perché la chiesetta era sì decadente, ma sempre frequentata durante i festeggiamenti in onore della santa. Protagonisti della vicenda furono il sindaco democristiano dell’epoca e il parroco, soprannominato “il centurione”. Si dice che santa Lucia, protettrice della luce e della vista, non abbia gradito l’abbattimento della chiesa a lei dedicata. Pare che sia il sindaco che il parroco siano morti ciechi.

Nonostante lo skyline eccentrico, i settimesi risultano storicamente poco eccentrici. Rispetto ai vicini sinnaesi, raramente i settimesi intraprendono attività commerciali. Settimo San Pietro è un paese che oggi conta oltre 6 mila abitanti, che notoriamente si spostavano e ancora si spostano in città, ora specialmente nei centri commerciali dell’area metropolitana, per fare gli acquisti. Suppongo che tale dipendenza dalla città sia dovuta alla presenza della stazione, ancora immersa in un ambientazione ottocentesca, da cui ora parte la metro verso la città e la litorina verso l’interno della Sardegna. Un’esperienza consigliata per chi vuole rallentare il tempo.

Poco propensi alle avventure imprenditoriali, i settimesi tendono a guardare al passato. La panificazione artigianale e la malvasia sono una vera e propria passione. La festa del pane e quella della malvasia hanno assunto un’importanza sempre maggiore, fino a scalzare, quasi, le feste religiose storiche del paese, quella di San Giovanni e quella di San Pietro, il santo patrono.

In fondo Settimo è un paese tranquillo. Lo Stato non ci ha piazzato neanche una stazione dei carabinieri. Mai. Che fosse un paese tranquillo dovevano averlo intuito anche gli antichi romani, tanto è vero che sotto l’attuale chiesetta campestre di San Giovanni è stato rinvenuto un pavimento in mosaico appartenente ad una villa d’epoca romana. Forse era la residenza dei Consoli impegnati nelle guerre puniche. A giudicare dai mosaici che facevano da pavimento immaginiamo che doveva essere una splendida residenza.

Forse Settimo era un paese tranquillo anche prima della presenza romana. Anche prima dei nuragici, era un paese tranquillo. Nell’area della chiesetta campestre di San Pietro, a mezza costa nella collina chiamata montixeddu, si trova la Domu de Janas. La leggenda racconta che l’acqua al suo interno sia curativa; per questo è stata ribattezzata con il nome de s’acua e dolus. Forse è da qui, dalla casa delle fate, che bisogna partire per cercare i primi settimesi. E se poi non li si trova almeno si potrà ammirare un bel paesaggio.

 

Marco Mereu nasce a Cagliari e vive a Settimo San Pietro. Classe ’73, laurea in Ingegneria Civile, dopo 18 anni da operaio turnista in una fabbrica metalmeccanica e 10 anni da delegato RSU, diventa sindacalista a tempo pieno nella Fiom Cgil di Cagliari. E’ durante il lavoro in fabbrica che termina gli studi universitari e collabora come tutor al corso di architettura tecnica. Nel 2013 è tra i fondatori dell’associazione Iniziativa Settimesa.

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