Sì, ce la faremo. Ma dobbiamo cominciare a fare da ora: ecco cosa

Dare alle imprese isolane la liquidità necessaria per sopravvivere nei prossimi cinque-sei mesi. E raccordarsi a un "piano Marshall" nazionale finanziato da titoli di Stato trentennali

1
225
Un'immagine della ricostruzione del dopoguerra a Milano (da lombardiabeniculturali.it)

Chiudiamoci in casa e lasciamoci contagiare dalla fiducia. E lasciamo spazio, innanzitutto, alla speranza. Sono queste le frasi ricorrenti con cui l’un l’altro ci si incoraggia in queste giornate di solitudine e, insieme, di preoccupazione. Fiduciosi o speranzosi che “ce la faremo”, trovando la forza di voler credere che tutti insieme se ne uscirà fuori da questo tempo infernale. Nelle parole degli esperti, così come ci vengono recapitate dalle TV, si ricercano notizie sulla durata di questo flagello, su quando si raggiungerà il cosiddetto picco ed inizierà la discesa.

Nel frattempo si riflette su come sarà, su cosa ci porterà il “dopo”. Perché da che mondo è mondo le grandi crisi diventano un’occasione per determinare grandi cambiamenti. E questo nel bene e, purtroppo, anche nel male. Sono infatti proprio le domande su quel “dopo” a dare spazio alle possibili risposte, a suscitare speranze e perplessità, a richiamare esperienze pregresse e a elencare differenze e difficoltà. Perché rispetto all’ultimo dopoguerra (il più richiamato e il più comprensibile alle attuali generazioni) la società attuale è profondamente cambiata, nelle sue composizioni, nei suoi atteggiamenti e nei suoi bisogni. Sembrerebbe – ma forse mi sbaglio – meno disponibile ai sacrifici, meno temprata alle difficoltà ed ai disagi. In attesa che altri, dal di là del mare, la tirino fuori dalle difficoltà e dai pericoli (almeno è quello che si percepisce qui nell’Isola) e meno disponibile, quindi, a mettere in pratica quel che vecchio detto che dice “chi fa da sé fa per tre!”

Nonostante tutto s’avvertono comunque i primi segnali di una consapevolezza a dover cambiare pagina, nella convinzione che, in quel “dopo”, tutto (o quasi) sarà diverso. Nei nostri comportamenti, nel nostro stile di vita e – soprattutto – nell’economia. Infatti, da quel che si avverte, una questione fondamentale è il cercare di prevedere la portata degli effetti economici determinati dallo shock del coronavirus. È difficile capire se saranno temporanei, cioè se dopo il blocco l’economia tornerà al livello precedente, o se la caduta delle attività non verrà riassorbita in tempi brevi.

Intanto c’è, preminente, l’esigenza di salvaguardare l’esistente, di farle superare questo shock. Perché la crisi delle nostre imprese – qui in Sardegna, ma un po’ dovunque – è innanzitutto un deficit di liquidità dovuto al calo o al fermo delle vendite. Ed è su questo fronte che l’intervento pubblico diventa essenziale. E, soprattutto, urgentissimo e determinante, alla pari degli agevolatori per le crisi respiratorie dei contagiati dal virus. Perché è proprio quel deficit di ossigeno (che nelle imprese si chiama denaro fresco) che va mitigato e annullato. Senza perdere tempo.

Molti segnali inducono a ritenere che la liquidità di gran parte delle nostre imprese, in indifferenza di settore, abbia ormai toccato il fondo e che ci sarebbero forti difficoltà a pagare dipendenti e fornitori. Una chiusura ancor più prolungata delle attività diverrebbe quindi drammatica. E questo porrebbe in pericolo, qui in Sardegna, l’occupazione di circa 300mila addetti, quasi la metà della forza lavoro regionale.

C’è dunque necessità di mettere insieme:

A – un intervento straordinario – urgentissimo – che ponga in sicurezza imprese ed occupazione. Alcune Regioni – dal Trentino Alto Adige all’Emilia Romagna – hanno già adottato delle misure integrative e facilitative su quanto disposto dallo Stato, in modo da attutire l’impatto negativo del fermo delle vendite e delle produzioni. Perché il problema più urgente per le imprese è quello di ottenere – ad horas – della liquidità sufficiente per i prossimi cinque, sei mesi, in modo da poter sopravvivere. Sarebbe necessario coinvolgere innanzitutto le banche operanti nell’Isola perché si affianchino alla Regione ed ai Consorzi fidi per individuare le modalità possibili per mettere insieme uno strumento creditizio agile e rapido, con scadenza almeno quinquennale e garantito dalla Regione, che metta a disposizione delle imprese le somme sostitutive delle mancate entrate per l’emergenza coronavirus (l’entità dello strumento potrebbe essere fra 1,5 e 2,5 miliardi).

B – a seguire, sostenere il lancio di un piano generale di ripresa – promosso dal Governo e strutturato nella modalità di funzionamento sull’esempio del piano Marshall – che possa essere finanziato dall’emissione di titoli di Stato trentennali, esentasse, riservato ai risparmiatori italiani per un totale d’una quarantina di miliardi di euro al 3-5 per cento d’interesse annuo. L’entità indicata sarebbe pari a circa il 2,5 per cento dei saldi attivi oggi nei conti correnti bancari e dei depositi liquidi che non rendono nulla. Dovrebbe essere un prestito non forzoso, ma indirizzato a canalizzare la solidarietà nazionale per favorire la nascita di un nuovo “miracolo economico”.

In conclusione. Le idee d’intervento qui indicate non sono altro che dei suggerimenti, che però devono servire per far comprendere a tutti noi che occorre fare quadrato, mettersi insieme, promuovere ed adottare azioni forti di difesa e di tutela. Non si possono aspettare aiuti e salvagente solo dagli altri, comprendendo che l’autonomia impone innanzitutto l’impegno forte e convinto a sapersi difendere ed a rinascere.

Un’aggiunta, infine. Questo messaggio è diretto soprattutto all’inquilino di villa Devoto.

Paolo Fadda

(Economista, saggista, già dirigente del Banco di Sardegna)

1 commento

  1. Concordo con il contenuto dell’intervento.
    Qualche considerazione:
    il piano generale di ripresa dovrebbe vedere diversi attori coinvolti, non solo lo Stato. Più esattamente Regioni, Stato e Unione Europea dovrebbero essere tutti partecipi, ognuno al proprio livello di competenza. L’Unione europea in particolare deve farsi sentire. Ora o mai più.
    I tedeschi devono comprendere che uno sfascio dell’Unione, in questo momento, non sarebbe conveniente neanche per loro. L’economia tedesca avrebbe da perdere dal lato delle filiere produttive necessarie per l’approvvigionamento delle loro attività manifatturiere. Avrebbe da perdere anche dal lato della domanda perché, nell’ipotesi di un ritorno alle economie nazionali, vedrebbe ridotti i propri mercati di sbocco.
    Tutto questo senza fare menzione del fatto che la Germania è stata aiutata dai paesi europei quando è stato, praticamente, cancellato il debito della seconda guerra mondiale (in quella vicenda loro un bel po’ di danni li avevano fatti) e, più di recente, in occasione della riunificazione che è stata, in parte, pagata dall’Unione europea.
    Quanto all’Emissione di titoli di Stato trentennali, riservato ai risparmiatori italiani per un totale d’una quarantina di miliardi di euro al 3-5 per cento d’interesse annuo, bisognerà vedere quale sarà la posizione del sistema bancario.
    Come correttamente evidenziato, l’entità indicata sarebbe pari a circa il 2,5 per cento dei saldi attivi oggi nei conti correnti bancari e dei depositi liquidi che non rendono nulla. Il problema è proprio questo. Il sistema bancario sarà disposto a rinunciare ad una massa cosi ingente di risorse finanziarie oggi disponibili a titolo gratuito ? Le banche utilizzano queste risorse in investimenti, per lo più finanziari, che per loro sono molto redditizi.
    Staremo a vedere ma, l’esperienza insegna che le banche non sono mai state dei grandi benefattori.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here