Solinas-Garcia e le mascherine di Zorro. Meglio mantenere le distanze…

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E oggi che mi metto? La mascherina nera, la bianca o la verdazzurra, come il mare? Con l’estate alle porte forse quest’ultima è la preferita. Ma ne ho vista anche una patriottica, tricolore, e quanto vorrei avere quella rossa, come la bandiera, mascherina di lotta e di governo.
Una volta sceglievo la giacca, la cravatta, la camicia: ora scelgo la mascherina quotidiana.
In fondo che cambia? Sempre di travestimento, di rappresentazione di sé stessi, si tratta. Citazione da Carmelo Bene, quando al Costanzo Show diceva: questo non sono io, è la mia controfigura televisiva, la mia maschera (il tempo del diminutivo mascherina era di là da venire).
E comunque il presagio, i segnali c’erano già, come quando ci si presentava in tivù, dopo essere passati dal trucco.

Un giorno si dirà: andammo più spesso cambiando mascherina che scarpe. Sento su di me l’ombra di Bertolt Brecht che mi corregge: non mascherina ma Paese. E come mi permetto io di fare ironia su una generazione che ha lottato e ha vissuto la guerra? Lui stesso lo suggerisce: chiedo a Brecht che sia “indulgente”, perché questa nostra vita in compagnia del Covid non sarà certo una guerra, ma è indubbiamente un passaggio storico in un anno da ricordare come il famoso, purtroppo indimenticabile 1929. E speriamo e preghiamo perché le conseguenze non siano così drammatiche.

Ma potevamo pensare noi che siamo nati dopo il malaugurato conflitto, voluto da Mussolini e Hitler, di poter trascorrere tutta la nostra esistenza senza un intoppo, un muro, un filo spinato, una crisi mondiale che ci chiede il cambio di civiltà. Perché troppo spesso abbiamo rinviato, non dico la soluzione di problemi economici e sociali, ma almeno la volontà di cominciare ad affrontarli. Troppo spesso ci siamo detti che tanto le guerre erano cosa del passato, mentre si combatteva in ogni angolo del mondo e la fame divorava popoli che dalle terre più sfortunate venivano sospinti nella nostra Europa che ancora cerca un’identità. È così che abbiamo cominciato a far finta di non vedere, in qualche modo a metterci la maschera. E dalla maschera alla mascherina, come oggi sentiamo sulla nostra pelle, il passo è breve.

Fa un certo effetto uscire di casa e sentirsi parte di una rappresentazione teatrale, di un ballo in maschera. Lucio Dalla, in una sua canzone, L’anno che verrà, ci informava
con amara ironia che sarà sempre Natale. Per noi invece sarà sempre Carnevale.
Io una volta, tanti anni fa, sono stato al Carnevale di Venezia. E il momento più surreale è stato al teatro La Fenice. Maschere sul palcoscenico, maschere in platea. Qual era finzione e quale realtà. Sembrava un dramma grottesco di Pirandello. O una scena del Casanova di Fellini. Effetti speciali mozzafiato che ti coinvolgono trascinandoti in un mondo affascinante. Ma per un’ora, massimo due. Qui la maschera, o meglio mascherina, è diventata il simbolo di una commedia degli inganni, una commedia di cui non si intravvede la fine. Un fatto di costume indubbiamente e anche di senso comune del pudore. Senza mascherina oggi è come senza pantaloni ieri. E poi – vuoi mettere? – è un segno d’eleganza in questa fase 2, vissuta tra di-speranze.

In maschera noi cittadini senza responsabilità pubbliche, in maschera anche la classe politica. E il governatore Solinas che maschera indossa? Sappiamo contro chi combatte, la maschera di Zorro. Perché somiglia tanto al sergente García, anzi è praticamente identico. Scherzi a parte, quelli come lui hanno il compito di dettare le regole, di farle rispettare, senza tentennamenti, con trasparenza, scacciando l’ombra di ipocrisie e sospetti. “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, diceva John Belushi in Animal House. E qui la crisi è dura, anche in Sardegna.

E in mezzo a tutti questi problemi, di fronte alle regole che proteggono la nostra salute, le mascherine che contano? Importante è mantenere le distanze, saper stare tra le quattro mura domestiche, vivere in comunità – magari virtuale – anche in tempi di crisi. Importante è per esempio che noi giornalisti tentiamo di fare un po’ di chiarezza, cercando di interpretare questo mondo divenuto così difficile. Chi racconta le storie anche positive di coloro che, dopo aver passato il Covid, affrontano il mondo con coraggio, privi di olfatto e gusto? Chi racconta le donne e gli uomini alle prese con con le mille paure generate da malattia e crisi? La questione è sempre la stessa: un linguaggio nuovo per scardinare roba vecchia, ammuffita, magari spacciata per “cambiamento”. Un linguaggio che per Gramsci “è come una campana di cristallo”, che rivela il volto beffardo dietro la maschera (mascherina?) ubbidiente.

Attilio Gatto

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