Solo una vera rottura col passato (e una vera difesa dell’ambiente) può riconciliare il popolo sardo con le élite

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Nei giorni scorsi, un interessante saggio di Alessandro Baricco, dal titolo E ora le élite si mettano in gioco, comparso sul quotidiano La Repubblica, ha smosso le acque paludate della cultura e della politica. Lo scrittore-saggista, con un ragionamento pacato nei toni ma incalzante nell’analisi e nella ricerca delle responsabilità, ha sollevato alcune questioni di stringente attualità. Vediamone alcune. E’ oramai saltato il patto tra classe dirigente – le élite – e il popolo. I politici, ma anche gli intellettuali, i professori, i giornalisti, i medici, gli imprenditori, gli artisti, gli scienziati (le élite) si sono dimostrati incapaci di interpretare i bisogni, le aspirazioni, i sogni della gente, del popolo. Non solo, ma ai loro occhi hanno perso qualunque credibilità. Anzi, di più, in tutti questi anni hanno pensato solo a perpetuare i loro privilegi elitari.

E allora, in vista delle prossime elezioni regionali, potrebbe essere un esercizio interessante provare a leggere la Sardegna attraverso il paradigma di Baricco. Accogliendo il suo invito, “buttiamo via i numeri” e utilizziamo dei parametri diversi per “misurare la realtà”.

Due questioni possono essere utili per stimare la solidità del patto tra la classe dirigente sarda e i cittadini. La prima potrebbe essere la vitalità della nostra Autonomia speciale. Secondo un giudizio abbastanza diffuso, l’Autonomia è diventata uno strumento inadeguato rispetto ai bisogni di autogoverno e di autodeterminazione che affiorano nella società sarda. L’Autonomia, per molti, è finita perché è stato disatteso il patto costituzionale che lega la Sardegna allo Stato. Quel patto è stato disconosciuto per primo da uno dei contraenti – lo Stato italiano – che ripetutamente lo ha reso carta straccia. Oggi la Sardegna non è più una Regione speciale ed è meno di una Regione ordinaria, e lo sarà ancora di meno quando si concretizzerà il disegno dell’autonomia delle tre grandi e ricche regioni del nord, portato avanti dal governo giallo-verde.

Sarebbe però ingiusto attribuire la responsabilità del fallimento al solo Stato “patrigno”, le colpe maggiori sono da ricercarsi nell’incapacità e nell’inconcludenza della classe politica dirigente sarda, che non è stata capace di utilizzare appieno tutte le potenzialità dello Statuto speciale. La verità è che l’Autonomia è nata zoppa, minata da un peccato originale che ne ha condizionato le potenzialità: è stata concepita come una mera rivendicazione economica. Quella che qualcuno ha chiamato l’Autonomia “illusoria”: l’illusione di un riscatto concepito soltanto in termini economici e non una Autonomia che giustificava la sua specialità sulla identità e soggettività di un popolo che prima di essere italiano è sardo.

L’altra questione potrebbe essere il modello di sviluppo che si è affermato, senza soluzioni di continuità, negli ultimi quarant’anni. Si sono alternati governi di destra e di sinistra, ma quel modello si è perpetuato inalterato sino ai giorni nostri. Uno sviluppo incentrato sulla industrializzazione per poli e sul consumo del territorio, che ha finito per devastare ed inquinare l’acqua, l’aria e la terra. Tutto questo a vantaggio dei grandi gruppi monopolistici legati allo sfruttamento del petrolio e non solo, di imprenditori senza scrupoli che, più che ad uno sviluppo turistico integrato e compatibile, erano e sono interessati alla cementificazione delle coste e alla rapina del territorio. Oggi, ha denunciato il Presidente di ISDE (Medici per l’ambiente) “un sardo su tre vive in un luogo contaminato”. La nostra Isola è diventata un luogo dove donne e uomini muoiono di più a causa dell’alta incidenza delle patologie tumorali. Dove i bambini hanno maggiori possibilità di morire a causa delle condizioni morbose perinatali. Dove si riscontra la più alta prevalenza di patologie autoimmuni, dal Diabete alla Sclerosi multipla. Dove, di fronte a vicende quali la Fluorsid a Macchiareddu, l’EON a Porto Torres, l’Euroallumina a Portovesme, la SARAS a Sarroch, l’amianto ad Ottana, si è preferito girare la faccia dall’altra parte. Dove, in tutti questi anni, si è portata avanti una politica ambientale vecchia, antistorica, costosa e dannosa, che ha finanziato gli inceneritori (vedi Tossilo), ha promosso la centrale a carbone di Portovesme e il relativo ampliamento del bacino dei “fanghi rossi”, le centrali a biomasse. Una politica energetica che continua a privilegiare i combustibili fossili, come testimonia la scelta del metano. Dove si continua ad accettare supinamente l’odioso ricatto che contrappone diritto alla salute e diritto al lavoro.

Davanti a tutto questo, perché meravigliarsi se è andato in pezzi il patto tra le élite (classe dirigente) e la gente? Per ricostruire quel contratto bisogna iniziare ad operare una profonda discontinuità rispetto al presente e al passato. Una discontinuità vera, che ridia la parola ai cittadini, ai loro bisogni, alle loro aspettative. Una discontinuità che non si riduca ad un mero slogan elettorale, dove possano mimetizzarsi vecchi e nuovi trasformismi, piccole e grandi furbizie. La discontinuità, per essere credibile, deve sostanziarsi di contenuti.

Massimo Dadea

 

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