Splendori e miserie di San Benedetto

    di Ciro Auriemma. Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis.

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    Io a San Benedetto non ci sono nato; ci sono capitato, da poco più di un anno, e quindi ho modo di osservarlo con l’occhio dello “straniero”. In effetti, vengo da piuttosto lontano: Is Mirrionis, lì sono cresciuto. Tutt’altra faccenda, lo capite bene.

    Quando ero piccolo San Benedetto era un quartiere fighetto, passeggiata della Cagliari bene che transumava tra piazza Giovanni XXIII e via Dante, con i più audaci che arrivavano addirittura fino a piazza Repubblica. C’era pizza Smile, in piazza San Benedetto (che è in realtà una rotonda con manie di grandezza), e ancora c’è. Pizza ’74, invece, no; quella ha chiuso e con lei ha chiuso un pezzo della storia della mia generazione.

    A pensarci bene, il tratto distintivo del quartiere è proprio questo; seppure ancora qua e là provi a guardare con alterigia i passanti, quasi vivesse nel perenne ricordo dei fasti passati, sebbene un po’ a macchia di leopardo tenti di salvarsi, San Benedetto laddove non è ancora moribonda o morta è canuta e lenta, di fisico e memoria, come buona parte dei suoi abitanti.

    Mentre uno dopo l’altro chiudono i negozi, qua e là spuntano annunci di vendita di appartamenti da fine esequie. Tanti, e quindi relativamente economici. Generalmente senza parcheggio. Talvolta senza ascensore. Veri e propri affari per palestrati maniaci del fitness, un po’ meno per famiglie mediamente numerose, mediamente complicate.

    Sono stato fortunato: secondo piano con ascensore (che non prendo mai perché la vecchietta del quarto piano sostiene che io sia un po’ cicciottello, lasciando intendere che dovrei mangiare meno o fare più movimento, o entrambe le cose). No, il parcheggio non c’è, ma tanto anche il medico dice che devo camminare (deve essere parente della vecchietta di cui vi parlavo prima), e allora mi sono preso un cane, così mi tocca portarlo a spasso o all’area cani.  Ho scoperto che, nel mio nuovo quartiere, i possessori di cani sono animali sociali: per cui se prima non conoscevo nessuno, ora continuo a non conoscere nessuno ma tutti sanno il nome del mio amico a quattro zampe e si rivolgono a me come il “padrone di”.

    A San Benedetto i bambini non sono urbanisticamente contemplati. Ci sono parchi e piazze esclusivamente per anziani o per giovani; anche se, da quando la vecchia giunta ha rifatto a nuovo piazza Garibaldi, ho visto tantissimi bambini giocarvi. Chiaramente non mi sono fatto fregare, ché lo so che quelli sono figli di Biddanoa, Villanova, quartiere vivo e multietnico: ci abita pure una mia collega che viene niente meno che da Pordenone. C’è il parco della Musica, direte voi; ma quello va bene se si vuole contemplare il finto fiumiciattolo che, su rive posticce, scorre come un tapis roulant.

    Sono viceversa contemplati nel quartiere i senza fissa dimora, che vivono all’addiaccio su materassi improvvisati da così tanto tempo che ormai sono diventati paesaggio, e non so prima o poi qualcuno proporrà di attribuire loro valenza architettonica o monumentale, anche se preferirei che qualcuno gli trovasse una più decorosa sistemazione (assessore, se ci sei, batti un colpo). A San Benedetto c’erano librerie che non ci sono più e ci sono (pochissime) librerie che ancora resistono; c’erano circoli di partito e di cultura le cui serrande sono abbassate da così tanto tempo che non mi ricordo neppure più com’erano al loro interno; negozi di giocattoli e negozi etnici che sono stati spazzati via dalla crisi e dal proliferare dei centri commerciali, dalla nostra abitudine allo sciamare frettolosi in questi moderni non-luoghi.

    Quando fioriscono le jacarande e via Dante si tinge sfumature di viola e lilla, soprattutto con le luci morbide dell’alba o del tramonto, però, vi assicuro che la sua bellezza è da mozzare il fiato e non ci sono Vele o Corti che tengano. Così com’è affascinante la moderna maestosità del Teatro Lirico, con le sue vetrate a tutta altezza, le ampie scalinate e la quasi perfezione della sua acustica, e ogni volta che ci sono entrato ho finito per chiedermi perché non ci vado più spesso.

    Ma il luogo più magico in assoluto è il mercato civico, con quelle liturgie urlate ai box, gli odori che si mischiano in un coro che viene voglia di comprare tutto, seppie da cucinare coi piselli, gamberetti per una spaghettata, polpetti da fare in guazzetto, arselle che aspettano solo una fregola per unirsi in un consesso amoroso… e al primo piano frutta e verdura e carni e formaggi. Insomma, San Benedetto è moribondo, anch’io non mi sento tanto bene ma, insieme, giorno per giorno, tiriamo a campare.

    Ciro Auriemma

    Cagliaritano a dispetto del nome,  è autore di racconti e romanzi e drammaturgo. Le sue opere sono pubblicate da E/O, Rizzoli, DeA Planeta e da periodici quali Il Manifesto, La Nuova Sardegna, MicroMega. Insegna tecniche narrative alla Scuola Baskerville.

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