Stampace è un ossimoro

Isole Minori, racconti scelti da Bachisio Bachis

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Per descrivere Stampace partirei dagli odori. Lasciarsi trasportare dai profumi di questo quartiere può essere un’esperienza che va verso il misticismo: gli hamburger di cipolla della macelleria tedesca di via Caprera, il dolce aroma della crêperie di via Ospedale, il richiamo aromatico del caffè e quello mellifluo delle cheesecake che inebriano via Santa Margherita e poi l’eterno guizzare di odori di piazza Yenne, che, con quegli effluvi selvatici tanto degli alberi quanto dei suoi “pellegrini”, è un po’ crocevia dei turisti e un po’ refugium peccatorum.

Il Corso Vittorio Emanuele, da quando finalmente è stato in buona parte liberato dalle macchine, è il Canal Grande terrestre del quartiere: si affacciano commercianti e avventori, i bambini giocano per strada e i tramonti sembrano durare di più e con più intensità; il tempo rallenta colorandosi in ogni stagione di una dimensione confortevole.

Come Bergamo, Stampace si divide in due zone geografiche ben distinte: Stampace Alta e Stampace Bassa; quest’ultima è la zona “nuova”, cosparsa di alti condomini, strade larghe, fiorenti attività di ristorazione, palestre, uffici, negozi di qualunque genere. Stampace Alta, invece, è quella più ruspante, verace, abitata da personaggi che sembrano usciti da una novella verista. Colma di negozi e botteghe di cui non è sempre chiara la funzione e lo scopo.

Stampace Alta è come Giano bifronte: ha un’apparenza placida e pittoresca, ma nasconde un’energia viscerale. È la Stampace della commovente sagra di Sant’Efisio e delle rocambolesche performance del festival degli artisti di strada. È una zona percorsa da stradicciole che si intersecano in mezzo all’aerea urbana con la più alta concentrazione di chiese tra via Azuni e via Ospedale (S. Michele, S.Anna, S.Restituta, S.Efisio) e che nascondono un mondo a sé.

Stampace come Giano, dicevo, un universo in cui gli abitanti storici, ben poco propensi nei loro discorsi da bar al multiculturalismo, convivono in armonia con gli immigrati di prima e seconda generazione, in cui ci sono vasi di fiori curati e piante lussureggianti, ma macchine accatastate che non hanno alcun senso così chiuse in quei budelli da pueblo sudamericano.

In quelle strette stradine di via Buragna, via Siotto-Pintor e via Fara permane un silenzio denso di vita, tipico di chi sta al mondo senza sentire la propria casa come uno stallo momentaneo, ma come un ritiro di conforto dal resto della città. Stampace è un quartiere che durante la guerra è stato violato fin nelle sue fondamenta, lasciando cicatrici indelebili e una sorta di amara consapevolezza anche in chi è venuto dopo quella tragedia: è come se essere stampacino volesse dire avere nel cuore una ferita pulsante, una malinconia intermittente, eredità di quella chiesa così alta e bella, S. Anna, che nel 1943 fu sventrata dalle bombe degli alleati fin nei precordi (e meno male che erano alleati…).

Stampace è i suoi abitanti. È accettare che qualcuno affacciato alle finestre vigili costantemente su quello che accade in strada a te e agli altri. È capire che anche dietro all’aspetto più sciatto o a quello più rude si nasconda un animo d’oro e un sorriso pronto a germogliare qualora ci fosse l’occasione di fare due chiacchiere. Stampace è iniziare a salutare il proprio vicino da chilometri di distanza, perché salutarsi, augurarsi il buongiorno anche dieci volte al dì, resta il codice di buona creanza di un quartiere che non si piega all’asettico menefreghismo umano, non rinuncia all’interesse spontaneo verso il prossimo.
Stampace è un ossimoro vivente fin dal suo nome: dovrebbe volere dire “stai in pace”, ma se i suoi abitanti, gli stampacini, sono chiamati cuccurus cottus, letteralmente “le teste calde”, un motivo ci sarà. Fumantini e attaccabrighe, eppure sempre pronti a darsi man forte (in qualunque senso lo si voglia intendere). Un dialogo tipico a dimostrazione di questa meritata fama potrebbe essere il seguente: “Ho detto che quest’anno la croce durante la processione delle Sette Chiese la porto io! Io e basta!”

“Ma ta cazzu ses narendi?! Pure l’anno scorso l’hai portata tu la croce, mo’ tocca a me!” e giù botte da orbi sul sagrato, improperi, poi una risata, delle birre stappate e l’armonia che torna sovrana nel quartiere. Le risse dopo le processioni sono uno degli esempi più catartici per esemplificare questo dualismo di pacata irruenza che contraddistingue tutti noi.
Stampace è come un paese nella città capoluogo. Un’oasi di tradizioni radicate, di feste religiose e artigiani nei sottani. Il quartiere non rinnega la contemporaneità, ma delle volte, semplicemente, la ignora.
Stampace non è un quartiere popolare. È un quartiere del popolo. Ed è difficile non innamorarsene, con tutti i pro e i contro che un amore per una testa calda può comportare.

Emilia Agnesa

È nata nel 1990, cagliaritana di Stampace. Attrice teatrale e cinematografica e insegnante di greco e latino. Nonostante ciò ha una vita sociale normale e soddisfacente. Negli ultimi anni ha preso parte a spettacoli teatrali, videoclip, cortometraggi e film. Da qualche anno si dedica anche alla scrittura grazie al collettivo “Scrittori da Palco” (organizzato da Flavio Soriga) ed è attualmente impegnata con la produzione teatrale di Sardegna Teatro “L’Avvoltoio” di César Brie. Vorrebbe cambiare cognome perché tutti lo sbagliano, ma suo padre ci rimarrebbe malissimo.

(foto di Dietrich Steinmetz)

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