Storia di un errore giudiziario e di un giornalista coraggioso

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Il libro di Tonino Serra (Nicolò Businco, Storia di un errore giudiziario, Condaghes editore) non è solo la meticolosa e intrigante ricostruzione di un clamoroso caso giudiziario, consumatosi in Ogliastra a fine ‘800, e che ha per protagonista la straordinaria figura di Nicolò Businco, ma è uno spaccato impietoso della società sarda, e di quella ogliastrina in particolare, a cavallo tra i due secoli.

La vicenda umana e giudiziaria del protagonista si intreccia in modo indissolubile con le vicende politiche, sociali, culturali ed economiche della Sardegna di fine ‘800: l’annosa lotta politica tra innovatori e conservatori, l’uso della forza e della violenza per dirimere le controversie e per preservare il potere; una giustizia in buona parte asservita agli interessi delle classi dominanti; una informazione, fatta di piccoli giornali locali, che cerca disperatamente di denunciare i soprusi e le malefatte di piccoli e grandi “oligarchi”; il difficile, e non scevro di pericoli, ruolo dei giornalisti onesti e democratici, soli e indifesi difronte al potere; l’utilizzo delle nuove tecnologie, in questo caso la ferrovia, per rompere un isolamento secolare e innescare un nuovo processo di sviluppo.

Quello che colpisce dell’affresco tratteggiato dall’autore è la straordinaria attualità delle tematiche che ruotano attorno alla vicenda di Nicolò Businco e dei suoi compagni di sventura – Giosuè Piroddi, Antonio Lorrai e Antonio Parlatariu – accusati ingiustamente dell’assassinio di Ruggero Tedde, segretario comunale di Perdasdefogu, commesso la notte del 16 agosto 1894. Fatte le debite proporzioni e scontato il profondo cambiamento delle condizioni di vita registratosi nell’ultimo secolo, le questioni che attanagliavano l’Ogliastra e la Sardegna dell’interno rimangono sostanzialmente irrisolte, a testimonianza di un immobilismo che condanna le classi dirigenti susseguitesi in tutti questi anni.

Su tutto si staglia la figura di Nicolò Businco. Nato a Torino nel 1856, giunge giovanissimo a Ierzu, dove prende parte alla lotta politica contro le oligarchie locali, diventando ben presto il leader del partito progressista. Grande oratore e polemista acceso, fonda nel 1882 Il giornale L’Ogliastra, che diventa la voce di quanti si battono contro il sistema di potere dei notabili locali, promuove con determinazione la realizzazione della ferrovia. È tra i primi giornalisti de L’Unione Sarda, appena fondata nel 1889. Attraverso il quotidiano cagliaritano riesce a dare una dimensione regionale ai drammatici problemi che attanagliano quella parte dolorante di Sardegna, attirandosi l’ira e l’odio dei notabili locali.

La sua azione di denuncia è alla base della congiura ordita dagli squallidi signorotti ogliastrini che lo portò in carcere, insieme ai suoi compagni di sventura, accusato di omicidio e alla successiva condanna all’ergastolo. Due dei quattro imputati – Littarru e Parlatariu – morirono in carcere, mentre Nicolò e Giosuè Piroddi furono scagionati dopo sedici anni di detenzione, a seguito della revisione del processo, fortemente voluto dai familiari che riuscirono a raccogliere le prove della loro innocenza e a smascherare la terribile congiura. Un ruolo decisivo nella ricerca della verità fu svolto dai giornali dell’isola: La Nuova Sardegna, L’Unione Sarda e Il Corriere dell’Isola.

A questo riguardo, di grande interesse è la ricerca svolta dall’autore sul sistema dell’informazione in Sardegna tra fine 800 e i primi del 900. Una pluralità di voci assicurava una informazione sufficientemente completa, che metteva alla frusta il malcostume politico e le malversazioni delle classi dirigenti del tempo. Basti pensare che nei primi anni venti si pubblicavano nell’isola ben sei quotidiani: agli “storici” L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna si aggiunsero Il Risveglio dell’Isola – vicino al movimento anarco-socialista – Il Corriere di Sardegna e Il Solco.

Nicolò Businco continuò, dopo la scarcerazione, il suo impegno politico e culturale, proprio attraverso le pagine del Risveglio, di cui divenne, nel 1918, il direttore, riversando sul giornale tutta la sua vis polemica e la sua volontà riformatrice, che i duri e ingiusti anni di carcere non avevano certo scalfito.

Massimo Dadea

(15 settembre 2014)

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